10/12/2025
ORPHAN di László Nemes
La rappresentazione di questo trauma individuale e collettivo – tema caro al cinema del regista – prende forma nel giovanissimo Andor, cresciuto senza il padre – mai conosciuto, perché deportato dai nazisti, ma idealizzato nei racconti della madre – mentre vaga per una città in rovina cercando risposte agli interrogativi sulla propria identità e deve fare i conti con l’arrivo in casa di un uomo, un macellaio di campagna dal passato doloroso, che metterà in discussione tutto ciò che pensava di sapere.
Facciamo però fatica a entrare in empatia con questo biondo antieroe di dodici anni, questo Jojo Rabbit al negativo, che anziché spalancare gli occhi – curioso – li socchiude accigliato, perché ha già visto troppo; o li pianta, con rabbia ostinata, in faccia a un mondo che gli ha strappato l’infanzia, la spensieratezza e il padre, per poi restituirgliene un altro, grezzo, orco, poco preparato all’ostilità del figlio ritrovato e troppo ingombrante per occupare un posto già preso nel suo cuore.
Lo sguardo del bambino è spesso ostacolato e filtrato da muri, staccionate e fessure tra le porte o – nel caso della bellissima ed emblematica scena d’apertura – dai rami intricati di un cespuglio nel quale si nasconde, con l’effetto di incorniciare e marcare fortemente il suo punto di vista su ciò che lo circonda, sfocando anche per lo spettatore la visione generale e, forse per scelta registica, facendo perdere una caratterizzazione più profonda degli altri personaggi, relegandoli allo sfondo e rendendo difficile l’immedesimazione.
Le azioni di Andor innescano un climax di violenza all’apparenza inarrestabile, che culmina nella scena finale del luna park: in uno stand off magistralmente carico di tensione, il protagonista affronta il colpevole eletto della propria infelicità in cima alla ruota panoramica illuminata e, scendendone insieme a lui, decide di accettare la propria realtà e avviarsi finalmente verso la costruzione di un nuovo rapporto e di una nuova vita.
Iacopo Ricciotti




