06/12/2025
REMAKE di Ross McElwee
In Remake assistiamo al montaggio di video personali e spezzoni di suoi film, ripercorre infatti anche alcuni dei suoi lavori come Sherman’s March e i vari tentativi di renderlo una serie televisiva. Tuttavia, il vero protagonista del film è il figlio Adrian, già presente in Photography Memory, in cui veniva approfondito il rapporto conflittuale tra i due. Qui però nessun conflitto padre-figlio, perché Adrian non c’è più.
A comunicarcelo a pochi minuti dall’inizio del film è McElwee stesso, che dopo tanti anni decide di tornare a Venezia per presentare un’opera estremamente intima. Le immagini in questo caso diventano un modo per tenere con sé il figlio, e in alcuni momenti sembra quasi esserci la voglia di rievocare il passato per poterlo cambiare. Al contempo però realizzare un film può diventare il modo per avere la forza di dirgli addio.
Alle riprese realizzate dal regista si alternano quelle di Adrian. Lo vediamo infatti inseguire i suoi sogni, farsi guidare dalle proprie ambizioni ma perdersi per via della sua sensibilità. L’approccio adottato non è lineare e cronologico, anzi, si configura come un collage di materiali eterogenei evocativi. Diventa così un diario della memoria di Adrian in cui lo spettatore viene coinvolto. Particolarmente difficili da guardare sono infatti le sue scene girate negli ultimi momenti della sua vita, in cui parla della dipendenza e del business delle tossicodipendenze in America.
Quella che vediamo è l’eredità non solo di Ross McElwee ma anche di Adrian, entrambi registrano la realtà, non tanto per poterla restituire al pubblico, ma soprattutto per dare forma tangibile al loro vissuto, al loro dolore. Remake diventa un ponte generazionale, un dialogo postumo che mostra come entrambi credessero nell’importanza del cinema in quanto capace di trasformare la sofferenza in memoria condivisa.
Cristina Di Maria





