17/11/2025

THE SMASHING MACHINE di Benny Safdie

Un film con una regia coraggiosa, un inaspettato Dwayne Johnson nelle vesti di un protagonista vulnerabile, un’umana e potente Emily Blunt. The Smashing Machine si presenta come un biopic non convenzionale che racconta la vita di Mark Kerr, pioniere delle MMA negli anni ‘90 e primi 2000. Sceglie di mostrare la fragilità e la contraddizione di un uomo forgiato per distruggere, ma che deve imparare anche a ricostruire. Nato come lottatore di wrestling, Kerr viene accompagnato passo dopo passo dal suo amico, nonché coach, Mark Coleman (Ryan Bader) nel mondo delle arti marziali miste dove, fin dai primi tornei sembra incassare vittorie dopo ogni match arrivando due volte al titolo di campione UFC dei pesi massimi e vincitore del World Vale Tudo Championship.

Purtroppo, non tutto è “pulito” o “cinematic”: Safdie evita molte formule classiche del genere sportivo-biografico e presenta un eroe non invincibile. Nel ‘97 un incontro si chiude con un no-decision dichiarato dopo che l’avversario di Kerr ha utilizzato tecniche illegali. Questo momento non è solo sportivo, è psicologico: innesca la spirale verso la dipendenza da antidolorifici. Kerr ora lotta per mantenere il controllo della sua vita e della sua carriera. Oltre al suo amico Coleman, a stargli vicino è Dawn (Emily Blunt), la sua ragazza. Dawn è contemporaneamente conforto e fonte di caos nella vita di Mark: non è solo la donna che supporta il campione, ma anche quella che subisce e combatte con lui. La loro relazione è segnata da passione, tensione e conflitto perché la ragazza è stata la prima a capire che gli antidolorifici, prima utilizzati per alleviare il dolore fisico, ora stavano diventando un anestetico emotivo.

É un film che osa, che vuole scavare nella psiche del protagonista per mostrare che la trasformazione a volte è interiore perché vincere non significa necessariamente trionfare sul ring, ma ritrovare parti di sé.
La sceneggiatura pare quasi appositamente sbilanciata: le sequenze esterne al campo di lotta sono presentate con più intensità rispetto agli incontri veri e propri, ad indicare che quella di Kerr è la lotta contro sé stesso, non quella contro gli avversari. Accompagnano la confusione del protagonista movimenti di cinepresa instabili e zoom improvvisi, mentre l’uso del buio accompagna i momenti interiori di smarrimento, parallelamente alle potenti luci al neon che pervadevano la scena durante gli “allenamenti alla Rocky” pre-match. É un finale malinconico, nonostante un ultimo ritorno del lottatore sul ring, che rende il film potente ed imperfetto; non quello che il pubblico vuole vedere ma quello che il pubblico vorrebbe non accadesse. Questa pellicola non vuole farti battere le mani ma vuole farti riflettere su chi sei quando gli applausi si spengono.

Diletta Voltolina