17/11/2025

IL MAESTRO di Andrea Di Stefano

Mentre l’altoatesino Jannik Sinner, con una vittoria dopo l’altra, si conquista un posto nell’Olimpo del tennis, risvegliando l’entusiasmo per questo sport in milioni di italiani, Andrea Di Stefano con il film “Il Maestro”, presentato fuori concorso all’82esima Mostra del cinema di Venezia, dirige la sua cinepresa sul campo da tennis per riflettere sull’altro lato della medaglia: la sconfitta.
In un’estate di fine anni Ottanta, il tredicenne Felice Milella, dopo anni di duri allenamenti, diventa campione regionale di tennis e si appresta ad affrontare i tornei nazionali.
A fargli da coach, seduto sugli spalti a ogni partita, c’è un padre ingombrante che ha trasformato il successo del figlio nella sua occasione di riscatto, dedicandosi anima e corpo al suo allenamento.

Convinto di avere tra le mani un astro nascente del tennis, sarà proprio lui ad affidare la preparazione di Felice per il tour dei tornei nazionali al carismatico Raoul Gatti, ex tennista professionista con un ottavo di finale al Foro Italico alle spalle, che ha ormai dissipato il suo talento per colpa di una vita sregolata.
Durante un rocambolesco viaggio lungo la costa italiana, Felice e Raoul, prima di incontrarsi, si scontrano perché, nel gioco e nella vita, adottano due strategie d’azione diametralmente opposte: il ragazzino, sulla scorta degli insegnamenti del padre, punta su una tattica difensiva e non osa mai oltrepassare la linea di fondo campo, mentre il veterano, da fan del rischio, ama un tennis spettacolare e imprevedibile, che alterna discese a rete a dropshot.

Invece di collezionare trofei, Felice incassa contro ogni previsione una sconfitta dopo l’altra e insieme alla sua aura da enfant prodige, vede vacillare anche la sua identità.
Che senso hanno avuto gli sforzi, i sacrifici, le ore di allenamento, la cieca dedizione, se non sono stati coronati dal successo?
È qui che si colloca la lezione di Raoul, mentore imperfetto e irrisolto, che si addormenta a bordo campo e non è mai sul pezzo: perdere non è la fine del mondo e può succedere anche a chi, come Felice, ce l’ha sempre messa tutta, perché la vita non funziona come un sillogismo perfetto.

Con un coming-of-age che mescola i toni della commedia con quelli del dramma, Di Stefano scardina la tradizionale dialettica tra vittoria e sconfitta, dove la seconda esiste solo per dare valore alla prima, e delinea il fallimento come una fase fisiologica della crescita che inevitabilmente bisogna attraversare per diventare adulti.

Silvia Strisciuglio