29/09/2022

SHAB, DAKHELI, DIVAR - Beyond the Wall [Oltre il muro] di Vahid Jalilvand

L’inizio di Oltre il muro è forte. C’è un uomo semicieco in un bagno che tenta il suicidio cercando di impiccarsi alla parete di una doccia; il suo nome è Ali (Navid Mohammadzadeh) ed è disperato, ma non conosciamo il motivo. Viene interrotto dal custode del palazzo, il quale lo avvisa che la polizia sta cercando una donna in fuga che sembra essersi rifugiata nell’edificio.

Leila (Dayana Habibi) così si chiama la fuggitiva, si è introdotta nell’appartamento di nascosto da una porta lasciata aperta; ed è sconvolta. Il suo unico oggetto di salvezza è un cellulare con il quale chiama un’amica per sapere se suo figlio di quattro anni è stato ritrovato e sta bene. Poco prima Leila aveva partecipato con il suo bambino a una protesta operaia e quando la polizia è intervenuta per reprimere la manifestazione i due, nel bel mezzo del caos, si sono separati e la madre è stata caricata insieme ad altri manifestanti in un furgone della polizia per essere condotta al commissariato. Durante il tragitto il furgone ha un incidente e si rovescia. Leila ne approfitta per fuggire e per nascondersi nel palazzo e quindi nell’appartamento di Ali.


L’uomo avvertirà la presenza della donna e quando i due riusciranno a superare la reciproca diffidenza, si sentiranno legati emotivamente nella sofferenza. Ali farà di tutto per nasconderla e proteggerla da coloro che le danno la caccia; ben rappresentati da un infido amministratore di condominio e da un inquietante ispettore di polizia che lo sospetta di aiutare la donna. Piano piano si scoprirà il motivo del suo tentato suicidio; un uomo oppresso dai sensi di colpa, del sacrificio per un riscatto estremo, quello di un illusorio aiuto a Leila di fuggire per i campi oltre la breccia di un muro, alla ricerca di quella libertà a lui negata anche dalla cecità.

Il regista Vahid Jalilvand, nato a Teheran nel 1976, si è diplomato in regia teatrale e ha poi lavorato nella televisione di Stato iraniana. Si nota in questo film l’impronta teatrale (un unico luogo d’azione claustrofobico) e una regia attenta a dare drammaturgia alla storia, sebbene all’inizio nella vicenda di Leila c’è anche un’ambientazione esterna con una protesta di massa ben coordinata da tutte le angolature. Una storia emblematica, metafora dell’oppressione (politica) e del sogno di evasione da questa.

Andrea Curcione