10/12/2020

Pieces of a woman  di Kornél Mundruczó

La scelta del piano sequenza iniziale, che rievoca Sokurov con Arca russa per durata e precisione registica, trascina lo spettatore nella più alta e commovente forma di entropia emotiva che segue, quasi come fosse una ripresa dal vero con i canoni del documentario, le fasi del parto della giovane protagonista Martha (Vanessa Kirby in una delle sue prove performative più alte che le varrà la Coppa Volpi).

La scelta della coppia (il compagno è interpretato da Shia LaBeouf) è quella di far nascere la loro primogenita in casa grazie all’assistenza di un’infermiera che però risulta impegnata proprio nel momento cruciale e suggerisce una sostituta che prontamente assiste i due. Il piano sequenza continua a insistere sui primi piani e sui dettagli della scena sconvolgendo per la sua intensità, creando una tensione emotiva di una portata sconcertante.
Ma la fascinazione della nascita lascia presto il posto a un dolore disarmante, pochi istanti dopo essere venuta al mondo, la bambina muore per complicazioni respiratorie. Martha ha giusto il tempo di tenerla in braccio per pochi istanti prima di perderla per sempre.

Tutto il resto del film ruota intorno alle ripercussioni che questo evento ha sulla famiglia e sulle persone coinvolte. Inizia un processo contro l’ostetrica per malasanità, un processo portato avanti in primis dalla madre di Martha, donna altolocata che incarna tutti i limiti della borghesia americana. I ‘pezzi’ di cui parla il titolo non sono solo quelli della protagonista che deve far i conti con un senso di vuoto e di perdita, ma quelli del compagno Sean con cui si instaura un muro di chiusura e incomunicabilità sempre più fitto che li allontanerà inevitabilmente, e sono anche quelli della madre che nonostante tutto si cura più della forma e dell’apparenza piuttosto che del dolore della figlia.

Kornél Mundruczó dirige con maestria ed estrema sensibilità un’opera rivoluzionaria per la sua commistione di generi e per la veridicità dei suoi interpreti, un film di rara intensità che sfocia nella rinascita grazie al dolly finale che si muove quasi danzando sull’albero di mele.

Chiara Rapisarda