25/09/2020

THE WORLD TO COME di Mona Fastvold

Siamo nelle lande rurali del Midwest,a metà Ottocento. La dura voice over della protagonista, attraverso un diario, accompagnerà il racconto rivelando allo spettatore i suoi pensieri più intimi e profondi. La vita di Abigail (interpretata da Katherine Waterson) scorre monotona tra i lavori pesanti e quotidiani nella fattoria in cui vive con il silenzioso marito Dyer (Casey Affleck). I residui del loro matrimonio sono già evidenti dal principio, come lo è anche il filo di ciò che li lega: la condivisione del dolore per la perdita prematura della loro figlioletta di cui intravediamo l’esistenza attraverso un triste flashback. Si tratta di un ricordo pregno del terribile senso di colpa da parte di Abigail, per non aver saputo dimostrare l’amore che provava nei suoi confronti. Qui, il diario rivela le memorie della tragedia, del dolore soffocato, della ripresa della vita quotidiana malgrado lo sgretolamento interiore della protagonista. Tutto procede secondo un ritmo costante che scandisce il tempo, con l’estrema puntualità di cui si avverte il peso. Abigail sprofonda sempre di più, ponendo a distanza qualunque tipo di emozione. Ma qualcosa cambia con l’arrivo di una coppia di vicini. Già dal primo sguardo con Tally (Vanessa Kirby) si preannuncia l’intesa tra le due donne. Nella successione dei mesi che ‘verranno’ si instaurerà tra loro un legame sempre più intenso fatto di confidenze delle reciproche mancanze, di complicità, ma soprattutto di amore. Le parole del diario saranno allora dedicate alla trepidante attesa tra un incontro e l’altro, alle piccole emozioni che lentamente ripareranno il cuore, ormai sigillato, di Abigail e le renderanno più sopportabile la vita. Nasce, quasi spontaneo, il confronto con il magnifico Portrait de la jeune fille en feu di Céline Sciamma, un racconto che si fa portavoce dell’amore segreto tra due donne, contrastato dalle convenzioni sociali dell’epoca e dalle tacite regole delle relazioni interpersonali. Ma i punti di convergenza tra le due strutture filmiche sono plurimi: la scelta del paesaggio esterno inteso sia come spazio contenitore dell’azione, sia come rivelatore dei cambiamenti emotivi, attraverso la presenza di elementi naturali come fuoco nel caso della Sciamma e aria della Fastvold, nella magistrale scena della tempesta di neve a metà del film che allontana le due protagoniste lasciando nello spettatore una sottile percezione di desiderio e di mancanza. Anche in questo caso, come nel film della Sciamma, la presenza del maschile è laterale, parziale, anzi, quasi impedimento al coronamento del sogno d’amore che avviene sempre in segreto e nascosto dall’apparente amicizia. Ma il tocco invisibile del cambiamento è già alle porte, un cambiamento in grado di trasformare a sua volta il silenzio di Abigail che diventa grido interno e sgretola l’apatia e la falsa tranquillità della donna e la cui parete di ghiaccio interiore crolla nel momento in cui il violento marito di Tally, Finney (Christopher Abbott) decide di trasferirsi in un'altra zona del paese. La funzione di Finney è scatenante all’interno del doppio chiasmo tra i quattro interpreti perché è il cosiddetto anti-eroe secondo lo schema concettuale di Bremond ed è proprio la sua stessa brutalità ad allontanare Tally per la prima volta quando, come prima azione connotativa del personaggio, ci regala uno spostamento d’immaginario proiettandoci all’interno de L'albero degli zoccoli, con l’uccisione del maiale nella fattoria. Ciò che emerge, in definitiva, oltre alla cura per l’aspetto formale della messa in scena e l’attenzione al crescendo chiasmico, evolutivo ed involutivo a seconda dei vari personaggi, è la sovversione degli stessi, o meglio, di quello di Abigail che impara ad accettare la fine come nuovo inizio, la morte come veicolo di emozioni e come riapertura al mondo che verrà. Chiara Rapisarda