25/09/2020

THE WASTELAND di Ahmad Bahrami

Neorealismo all’iraniana. Il lungometraggio di Ahmad Bahrami, giustamente premiato dalla Giuria della sezione Orizzonti con il riconoscimento per il miglior film, ha tutti i crismi della rigorosità per una sceneggiatura eccelsa, capillare e senza fronzoli, per un azzeccatissimo bianco e nero che acuisce le drammaticità delle vicende e per una magistrale interpretazione anche dei personaggi marginali.

La fabbrica di mattoni dove ha trascorso la sua intera esistenza Loftollah, tuttofare e uomo di fiducia del capo che lo impiega oltre che come operaio anche come messaggero delle sue disposizioni, sta per chiudere. I mattoni non sono più merce ricercata come un tempo e delle cinquanta fabbriche di una volta ne sono rimaste solo due. Per il padrone la fabbrica non è più redditizia e comunica a tutti i dipendenti la sua intenzione di smontare baracca pur impegnandosi con ciascuno di corrispondere loro nel tempo tutto il dovuto; anzi li consiglia su come inventarsi d’ora in avanti il futuro, in questo o quell’altro lavoro, e perfino in quale città.

Ma per Loftollah è ancora più difficile: lui non è mai stato altrove né ha mai immaginato una vita diversa all’infuori della fabbrica. E poi il suo cuore silenziosamente pulsa, per Sarvar, una ragazza madre su cui si fanno pettegolezzi e che tanti la accostano ad amante del capo. Ma l’amore che egli prova per la donna è puro, al suo cospetto cambia perfino la tonalità della voce: per lei desidera il meglio. Più per lei che per se stesso. Ma è troppo timido e troppo ossequiante verso il suo capo per manifestare a Sarvar i suoi sentimenti. La chiusura della fabbrica in aggiunta alla fuga in macchina verso la città della sua amata in compagnia del capo, gli fanno meditare durante la notte un atroce finale, cinematograficamente di grande impatto emotivo e degno di quel filone neorealista che non può non emozionare e al contempo commuovere.

In Dashte Khamoush, questo il titolo originale del film, opera seconda di Ahmad Bahrami, il regista fornisce allo spettatore, tra le altre, una chiave di lettura importante: un “falso progresso” che distrugge la tradizione in nome del profitto e che passa risoluto come un caterpillar su vite, sentimenti e sogni sballottandoli senza pietà. Il film sembra anche essere un omaggio a tutti coloro, che in ogni parte del mondo, lavorano duramente. Quei lavoratori senza i quali la civiltà degli uomini non avrebbe raggiunto l’attuale livello di sviluppo.

Orazio Leotta