25/09/2020

Notturno di Gianfranco Rosi

Notturno è l’ultima opera del regista Gianfranco Rosi dopo i successi di Sacro Gra, vincitore del Leone d’Oro a Venezia nel 2013, e Fuocoammare, vincitore dell’Orso d’Oro a Berlino nel 2016. Il film è frutto di tre anni di riprese nelle terre di confine tra Iraq, Kurdistan, Siria e Libano e racconta la quotidianità delle persone che lì vivono, intrappolate in una notte interminabile di violenza, paura e morte. Sono loro le vittime di un disastro che, come ci ricorda il regista a inizio film, nasce con la fine dell’Impero Ottomano e con la divisione del Medio Oriente fatta a tavolino dalle potenze coloniali europee, senza alcuna considerazione della cultura e delle radici delle diverse popolazioni di quei territori, e continua da allora in un succedersi senza fine di guerre, ingerenze straniere, governi corrotti, dittature politiche e religiose.

Rosi innalza al ruolo di protagonisti i dimenticati della Storia, coloro che giorno dopo giorno sperimentano la fatica di vivere in situazioni di perdita, di dolore, di continua angoscia, e lo fa con la sua abilità di mescolare realtà e arte cinematografica per arrivare al cuore dello spettatore con un racconto essenziale e straordinariamente efficace. Al regista non interessa fare politica, ma dar voce alla società civile che paga il prezzo di politiche dissennate, seguendo i vari personaggi con uno sguardo partecipe e delicato, riuscendo così a conferire luce e dignità a vite ingiustamente calpestate e colpevolmente ignorate.

I fronti di guerra sono altrove, ma la loro eco accompagna ogni sequenza insieme a un silenzio che avvolge con sacralità le immagini che si susseguono sullo schermo: il silenzio delle giovani soldatesse curde che eseguono la routine giornaliera con ferrea disciplina; il silenzio di una madre che ascolta dal cellulare gli appelli della figlia rapita dall’Isis; il silenzio dei bambini che esprimono l’orrore di quanto hanno vissuto con i disegni; il silenzio di Alì, un ragazzino costretto a fare l’uomo di casa e alzarsi ogni giorno all’alba per provvedere ai bisogni della sua famiglia composta dalla mamma e da altri fratelli e sorelle più piccoli. Il primo piano dei suoi occhi nella sequenza finale esprime tutto il dolore di un mondo martoriato dai conflitti, dove non esistono più confini geografici e dal quale si alza un unico tacito grido di pace, giustizia e libertà. In una Mostra del Cinema che quest’anno ha avuto un occhio di riguardo nei confronti degli emarginati e degli ultimi, dispiace che il lavoro di Rosi non abbia ricevuto un giusto riconoscimento.

Lucia Giovannini