02/10/2019

Pelikanblut di Katrin Gebbe

Dai tempi di Rosemary’s Baby passando per L’esorcista e quindi per i più moderni Babadook, Madre! ed Hereditary quello dell’horror psicologico con al centro un nucleo famigliare stravolto è uno dei filoni cinematografici più ambiti da giovani autori e autrici.

Ciò è dimostrato da questo Pelikanblut, secondo lungometraggio della tedesca Katrin Gebbe che, un po’ pescando da tutte le pellicole citate sopra, tenta di costruire un’emozionante ed avvincente celebrazione del coraggio materno pronto a tutto, anche all’autodistruzione, pur di difendere la propria genìa.

Ma dove gli altri autori e autrici erano riusciti a trovare nei loro film un buon equilibrio tra plausibilità, immaginazione e metafora – soprattutto nell’ottimo Babadook di Jennifer Kent – la Gebbe non può fare a meno di creare un’opera sconclusionata e confusa, dove il suo intento metaforico si va indissolubilmente a scontrare con la natura realistica e scientificamente accettabile di buona parte della storia.

Il risultato di ciò è un film che rasenta l’oltraggioso, che sembra incoraggiare l’atteggiamento anti-scientifico che già ammorba la nostra società, con l’assurdo invito finale a credere più ai santoni invece che ai medici e agli specialisti. La cosa peggiore, però, è che pare proprio che la regista abbia raggiunto quest’orrido risultato inconsapevolmente, forse ancora convinta di aver girato un’arguta e struggente allegoria sulla difficoltà di essere madri e non un film che colpisce ogni minuto di più per la sua stupidità.

Così Katrin Gebbe spreca una buona fotografia e degli ottimi attori, soprattutto la piccola Katerina Lipovska, creando un film non solo già visto ma anche mal costruito e incredibilmente incosciente.

Pietro Luca Cassarino