09/12/2018

Werk Ohne Autor di Florian Henckel von Donnersmarck

“Un potente affresco di ideologie che non si pongono domande mette in luce la più intima essenza dell’arte, strumento di libertà e verità. L’amore pervade ogni nota di questa sinfonia destabilizzante che si solleva tra le macerie di un secolo spezzato, fino a raggiungere le anime del pubblico contemporaneo”.
Questa è stata la motivazione per cui il film “Opera senza autore” ha vinto il premio Leoncino d’Oro alla 75ª Mostra Internazionale d’arte cinematografica di Venezia 2018, da poco conclusasi, premio assegnato dalla Giuria Giovani di cui quest’anno ho fatto parte.
Werk Ohne Autor del regista Florian Henckel von Donnersmarck, premio Oscar 2007 con “Le vite degli altri”, è un film di produzione tedesca della 01 Distribution appartenente ad un genere che potrei definire “dramma-thriller” dato che i personaggi sono messi di fronte a complesse situazioni di tensione drammatica e psicologica. Nello stesso tempo è anche un film storico e biografico.
Centottantotto minuti di pellicola, indubbiamente non pochi ma che scorrono velocemente, scritti e diretti da Florian Henckel von Donnersmarck vedono come protagonista Kurt Barnert, giovane pittore, la cui vicenda è ispirata alla vita dell’artista tedesco vivente Gerhard Richter, nato a Dresda nel 1932. Nel cast sono inoltre presenti principalmente Tom Schilling nel ruolo di Kurt Barnert, Sebastian Koch, Paula Beer e Oliver Masucci.
Nazismo, comunismo della DDR, fuga da Berlino Est prima della costruzione del Muro, la Germania occidentale; questo è il quadro storico-geografico in cui vive il giovane artista Kurt Barnert, vero protagonista solo dopo la prima mezz’ora di scene, poiché lo spettatore inizialmente è portato a pensare che la figura centrale sia, invece, la giovane e dolce zia dell’ancora bambino Kurt, la quale un giorno porta con sé il nipote a visitare una mostra di arte “degenerata” in cui la guida mette in evidenza il fatto che certe opere esprimano una realtà deformata da disturbi fisici e psichici; forme d’arte che riflettevano valori o estetiche contrarie alle concezioni naziste e che, pertanto, potevano mettere a rischio la “salute” dello Stato. Dopo la ridicolizzazione dell’arte astratta fatta dalla guida la zia confessa che, in realtà, a lei piaceva questa tipologia di pittura perché dotata di una diversa sensibilità. Dopo qualche tempo le accade di essere trascinata quasi per sbaglio nell’orribile sistema epurativo nazista in quanto affetta da disturbi psichici e segni di schizofrenia e proprio per questo motivo non in grado di rispettare i criteri dell’eugenetica nazista.
In questo insieme di “cure” è coinvolto un ginecologo, il professor Seeband (interpretato in modo pregevole da Sebastian Koch) che, oltre ad avere sulla coscienza la vita della zia di Kurt, anni dopo avrà a che fare con lo stesso Kurt; quest’ultimo, infatti, si innamora della figlia del medico, Elisabeth (Paula Beer), sua compagna di studi all’Accademia dell’Arte. Sebbene il suocero autoritario disapprovi le scelte sentimentali della figlia affermando che Kurt “non è geneticamente quello che desiderava” e per questo motivo cerchi di controllare il destino dei due amanti, il giovane artista riesce comunque a “sopravvivere” al regime soffocante del Nazismo, che si era insediato anche nel campo dell’arte imponendo i propri dettami (il Fuhrer odiava il realismo delle figure umane scomposte, abbruttite o deformi).
La prima parte del film è una parentesi con racchiusi alcuni momenti dell’infanzia di Kurt insieme alla zia, istanti che hanno segnato la sua sensibilità e la sua condizione psicologica successiva; nella seconda parte, invece, si vede Kurt ormai studente universitario la cui vita fluisce con una successione cronologica abbastanza lineare in modo da suscitare nello spettatore la curiosità e la voglia di conoscere l’epilogo.
Il tutto accade in un’atmosfera quasi ovattata, a momenti fredda, tanto quanto il periodo storico in cui avviene lo svolgimento dei fatti: circa trent’anni di storia tedesca tra la prima e la seconda guerra mondiale con un richiamo al bombardamento di Dresda del 1945.
Pur essendo una pellicola sul Nazismo, a differenza della maggior parte dei film su questo periodo storico, in “Opera senza Autore” non è posta l’attenzione sul tema della razza; tutto è, invece, incentrato proprio sull’arte e le grandi limitazioni e compressioni delle libertà di espressione vigenti in quell’epoca.
Per la colonna sonora il regista ha fatto affidamento al compositore britannico, di origini tedesche, Max Richter, il quale ha saputo dare supporto al film con un accompagnamento che porta con sé una grande emotività (“La colonna sonora del neo-classico Max Richter porta il dramma più in alto” Der Spiegel).
Nel corso del film è necessario rivolgere l’attenzione, a mio parere, allo stile di pittura che Kurt fa proprio dopo molti tentativi indirizzati a creare un’arte personale. Egli riporta in pittura vecchie fotografie ricorrendo alla tecnica dello sfocato e questo processo è utilizzato realmente dall’artista vivente Gerhard Richter, dal quale il regista ha tratto ispirazione; alla domanda se nei suoi quadri lo sfocato traduca la natura effimera del contenuto o se enfatizzi il contenuto stesso o addirittura traduca l’effetto del tremore di una macchina fotografica utilizzata in modo amatoriale, ha risposto così: “Questo sfocato apparente ha a che fare con una certa incapacità. Dal momento che non posso affermare nulla di preciso sulla realtà, preferisco parlare del mio rapporto con essa, e questo rimanda al sentimento di imprecisione, incertezza, a situazioni effimere e provvisorie, e quant'altro. Ma questo non spiega i quadri, al massimo spiega la ragione del mio dipingere”.
Il messaggio che personalmente ho ricavato dalla visione del film è che l’arte è certamente un linguaggio, ha la capacità, infatti, di trasmettere emozioni e riflessioni. E’ il mezzo per rivelare la realtà, anche la più atroce, strumento di libertà e verità. Solo nell’arte la libertà non è un’illusione. Riprendendo il pensiero e le parole dello stesso Richter, si può affermare che “L’arte è la forma più alta della speranza”.

Valeria Sitzia