03/11/2018

First Man di Damien Chazelle

Era il 2016 e, alla Mostra Internazionale del cinema di Venezia, il secondo lungometraggio di Damien Chazelle apriva ufficialmente la competizione: il ritmo di Lalaland entrava nei cuori degli spettatori. A distanza di due anni il giovane regista americano ritorna al Lido con la sua terza opera come film d’apertura della kermesse internazionale. Lontano dai ritmi jazz di Lalaland e di Wiplash, con First man, Chazelle porta sul grande schermo la storia di Neil Armstrong, primo uomo ad andare sulla Luna.

Armstrong è un ingegnere aerospaziale e un aviatore americano che vive con la sua famiglia e conduce un’esistenza appartata e discreta. Un grave lutto, la morte della figlia, sconvolge la sua vita spingendolo a concentrare tutte le sue attenzioni sul lavoro e a prendere parte al programma Gemini, ideato dagli Stato Uniti per preparare i partecipanti ad affrontare viaggi spaziali avanzati.

Nonostante il contesto storico e privato pieno di tensioni, il 20 luglio 1969, Armstrong è il primo uomo a mettere piede sulla Luna con il programma Apollo 11. Con First man il giovane Chazelle racconta parte della vita di un uomo comune riuscito a compiere una missione straordinaria, nonostante le difficoltà.

Un film che ripercorre un periodo di vita molto lungo, fatto di cambiamenti e di silenziose analisi interiori, mostrando l’uomo prima del personaggio. Un ritratto analitico di una persona destinata a rimanere per sempre nella storia dell’intera umanità; di un uomo conosciuto da molti ma capito da pochi, accompagnato in questa difficile fase della vita dalla moglie Janet, interpretata da una profonda e intensa Claire Foy in un ruolo nel quale si riesce appieno a coglierne la complementarietà.

Un film, dunque, che con circospezione, riesce ad analizzare il percorso di una coppia come tante altre che lotta non per vivere ma per sopravvivere. Il dolore che permea le loro vite turbate dalla perdita e dalla costante ricerca si nutre della voglia e, al tempo stesso, della paura, di scoprire mete incerte grazie alle quali provare a ritrovare se stessi. Chazelle, sin dalla prima inquadratura, si concentra sul viso dei suoi protagonisti, descrivendone i repentini cambiamenti di stato d’animo: dai momenti più sconfortanti a quelli più adrenalinici, la calma e il silenzio intervallati da suoni ed euforia. E così che il regista statunitense riesce, partendo da un evento storico indimenticabile, a raccontare la realtà di un uomo “fuori dal mondo".

Giulia Sterrantino