19/10/2018

Una storia senza nome  di Roberto Andò

Nella notte tra il 17 e il 18 Ottobre del 1969 a Palermo si compiva un furto d’arte che, ad oggi, è ancora un mistero irrisolto: la Natività di Caravaggio veniva sottratta dall’Oratorio di San Lorenzo. Un capolavoro dal valore inestimabile trafugato dalla mafia e che, purtroppo, non è ancora stato ritrovato.
A distanza di quasi vent’anni da Il manoscritto del Principe, Roberto Andò torna nella sua Palermo per raccontare una storia, anzi Una storia senza nome.

Valeria, segretaria in una casa di produzione cinematografica, coltiva la passione per la scrittura facendo la ghost writer: scrive da anni al posto di Alessandro, sceneggiatore ormai privo di inventiva e immaginazione. Un giorno, un uomo misterioso, le confida la trama per un film: l’omicidio di un critico d’arte giunto a Palermo per stimare un’opera rubata poco prima, la Natività di Caravaggio. Così Valeria inizia a scrivere la sua storia, non sapendo che le parole che sta mettendo nero su bianco, celano un pericoloso mistero.

Andò ricostruisce, a quattro mani con Angelo Pasquini, una storia, quella storia fatta di tante menzogne e poche verità, con l’intenzione e la necessità di raccontare di quei misteri che “in Italia non si risolvono mai e di quelle interferenze tra cinema e realtà, come in un gioco di specchi”. E, a proposito di specchi, in questo lungometraggio ritornano temi ricorrenti nella filmografia del regista come quello del doppio che ha trovato la sua apoteosi in Viva la libertà (2013).

Un omaggio al mondo del cinema del quale, in Una storia senza nome, se ne svelano i retroscena a volte imperfetti ma dove si celebrano anche quei grandi maestri che hanno influenzato il modus operandi del cineasta siculo che, con la sua ultima opera ci regala un film dai tratti felliniani e intriso dell’uso di generi diversi: dal giallo, al noir sino alla commedia americana degli anni ’50.

Giulia Sterrantino