25/09/2018

ROMA di Alfonso Cuaron

Alfonso Cuaron torna al Lido dopo Gravity, film inaugurale di Venezia 70, e ne esce vittorioso aggiudicandosi con giudizio unanime dei giurati un meritatissimo Leone d’oro con questo ROMA, in un rigoroso bianco e nero, che rimanda, nel titolo, al quartiere Colonia Roma di Città del Messico ove lui trascorse la sua infanzia. Un film ove si fondono e viaggiano di pari passo sia le ambientazioni storiche che la descrizione di avvenimenti (un terremoto, un incendio, il massacro di Corpus Christi del 10 giugno 1971) che si rivelano importanti nel contesto degli accadimenti familiari, sia il ménage familiare stesso, ove lui piccolino intuiva i dissapori man mano crescenti tra i suoi genitori in un contesto ove erano le governanti, in particolare una di esse, Cleo, a trascorrere più tempo loro coi figli anziché i genitori, il tutto incastonato nell’ambito di questione razziale (tutt’ora esistente) ove netto era il divario tra servitù e padroni e che porta a dire, in una delle sequenze più belle del film, a Cleo, sdraiatasi sulla terrazza accanto a uno dei piccolini: “Sai che non è male essere morti? ” rimandandoci a un film di Pasolini (La Terra vista dalla luna) in cui uno dei protagonisti dice: “Essere vivi o essere morti è la stessa cosa”, riferendosi anch’egli ai poveri, agli ultimi, ai diseredati.

Tre sembrano i punti fermi che Cuaron abbia focalizzato nel redigere un film di cui è regista, sceneggiatore, fotografo, montatore e produttore: 1) il bianco e nero. Luccicante, accompagnato da inquadrature e movimenti di macchina molto elaborati. Un bianco e nero che accentua l’aspetto realistico, drammatico e retrò degli accadimenti. 2) la figura di Cleo (interpretata dalla bravissima attrice non professionista Yalitza Aparicio), collante di tutto il film, mite domestica e punto di riferimento dei numerosi figli dei padroni, trattata bene soprattutto dalla padrona con la quale, quasi contemporaneamente si trova a condividere situazioni nuove per entrambi: Cleo, alle prime esperienze sessuali, rimane incinta di un ragazzo appassionato di kendo che la abbandona appresa la notizia; la signora, alle prese col divorzio dal marito e impegnata nel non far gravare la cosa sulla crescita e sullo stato d’animo dei figli. 3) un processo legato alla memoria, facendo attenzione a che i piani sequenza garantiscano la massima oggettività possibile, senza giudicare, mantenendo una certa distanza, rispettando il concetto e la nozione di tempo. In effetti i piani sequenza appaiono molto aperti: danno importanza ai personaggi ma cercano di evitare che a qualcuno venga data più importanza di un altro.

La casa è stata arredata in maniera identica all’originale ove Cuaron visse da bambino e il 70% della mobilia è proprio quella autentica. Tutti i personaggi del film sono realmente esistiti. Le due governanti, tra loro, parlano un dialetto indigeno, il mixteco e ci vien da pensare come coraggiosa sia stata la scelta di Netflix nell’aggiudicarsi la distribuzione di un film messicano (ancor prima che venisse premiato) girato in bianco e nero, recitato in lingua spagnola e talvolta in un dialetto indigeno. Un film che comunque sarà visibile, in alcuni stati del mondo, anche sul grande schermo.

In ultimo, in un film molto al femminile, qualche accenno sulla figura del padre; lo si vede quasi sempre a bordo della sua macchina lussuosa che a stento entra nel garage: macchina e padre, in fondo, si rappresentano l’un l’altro. Una macchina di lusso, troppo grande per quella casa, che rimanda pertanto all’arrivismo sociale della borghesia che vuole essere più di ciò che è. Un padre che presta più attenzione alla macchina che alla famiglia. Tant’è che la madre, appena divorziata, la prima operazione che fa è proprio quella di comperarsi una macchina più piccola che possa agevolmente entrare nel garage. Molti rimandi simbolici in un film che ben coniuga questioni razziali, sociali, familiari e storiche.

Orazio Leotta