25/09/2018

LA NOCHE DE 12 A Ñ OS  di Alvaro Brechner

E’ un’impresa ardua quella che affronta il regista uruguaiano Alvaro Brechner quando si propone di raccontare la dittatura militare in Uruguay attraverso le storie di tre prigionieri politici (fra cui Pepe Mujica), incarcerati in isolamento per non meno di 12 anni. Il rischio di descrivere con superficialità, o con eccessiva pesantezza, una vicenda già di per sé piena di sofferenza, è dietro l’angolo. Un’impresa, tuttavia, che il regista riesce a superare con maestria, creando un film che avvince e commuove, permettendo a qualsiasi spettatore di empatizzare. Brechner descrive con crudezza la violenza e l’isolamento, ma in nessun momento genera ripulso.

‘La noche de 12 años’ è un film completo, profondo, che arriva a tutti. Un successo reso possibile anche grazie alle splendide interpretazioni dei tre attori principali, Antonio de la Torre, Chino Darin e Alfonso Tort che, nelle lunghe scene in solitario, esaltano il linguaggio del corpo, le espressioni, i movimenti. Perfettamente calcolate sono le riprese dei soggetti nelle loro celle spoglie: la fotografia è costruita attraverso un uso preciso e metodico della prospettiva, profonda e spesso centrale, ma che non rinuncia a focalizzarsi sui dettagli del corpo martoriato dei prigionieri, sulle rughe del viso, sugli spasmi di dolore.

Questa perfezione estetica è accompagnata da una colonna sonora che, con un crescendo di archi e effetti sonori, disturba e angoscia, aumentando il pathos ed emozionando lo spettatore. I momenti di estrema sofferenza, caratterizzati da luci cupe e colori scuri, seppur caldi, sono alternate a scene estremamente luminose, gioiose e serene. Spesso ambientate all’aria aperte, questi momenti di tregua dal dolore sono vissuti anche dallo spettatore come un’opportunità per tirare un sospiro di sollievo e, addirittura, abbozzare un sorriso. I flashback dei personaggi sono dolci e nostalgici, commuovono e fanno riflettere. Le immagini risultano sbiadite, le voci fioche e il tempo rallentato, come se si fosse catapultati d’improvviso in un bellissimo sogno. Il ricordo è vissuto con dolore e nostalgia dai protagonisti, ma mai con rassegnazione: la speranza rimane sempre viva nei tre prigionieri durante l’isolamento, tanto che l’inno alla vita e alla lotta per la libertà diventa il fulcro principale dell’intero film.

La vera vittoria del regista Brechner è quello di raccontare la storia del suo paese con una lente intima. Sebbene i riferimenti storici siano limitati al minimo, le storie dei protagonisti sono sufficienti al raggiungimento di una consapevolezza, non solo del dolore, ma anche della tenacia dell’uomo quando viene portato al limite. Per questo Brechner non rinuncia a momenti di ingenua spensieratezza nel suo film, invitando lo spettatore a riconoscere che, in mezzo alla sofferenza più totale, non dobbiamo vergognarci di avere speranza e di continuare a combattere per quando quel sorriso potrà essere pieno e condiviso.

Alma Lonardi