27/12/2017

The Shape of Water di Guillermo Del Toro

America 1962. Elisa (Sally Hawkins) è un’addetta alle pulizie presso un laboratorio governativo e la sua vita trascorre tra una consolidata e metodica routine. La loquace collega Zelda (Octavia Spencer) e il vicino di appartamento Giles (Richard Jenkins) sono le uniche persone con cui Elisa può essere se stessa, coloro che la comprendono senza bisogno di quelle parole che lei non è in grado di pronunciare poiché affetta da mutismo. Ma l’incontro inaspettato con una creatura misteriosa cambierà le sorti della sua vita, attraverso una scoperta dell’altro senza barriere mentali e fisiche.

In un’atmosfera fiabesca e mostruosa Guillermo Del Toro inserisce una storia d’amore pura ma dalle connotazione surreali, conducendo lo spettatore in un mondo nel quale i toni del verde, con punte di rosso e blu, avvolgono la vita di Elisa nelle vesti di una moderna Amelie. In un’America segnata dalla guerra fredda, la diversità di Elisa, quella di Zelda in quanto donna di colore, di Giles artista omosessuale e della creatura stessa, si trasforma in un vantaggio che li porterà ad azioni straordinarie. E la forma, ma anche forza, dell’acqua che dà il titolo al film, si esplica nella sequenza ambientata nel bagno della protagonista, sintesi di quell’idea originaria da cui la storia prende spunto: la metamorfosi di una donna in un pesce. Una sequenza complessa e visivamente potente, paradigma di come l’acqua sia l’elemento propulsore dell’intera narrazione in quanto metafora di vita, purificazione e salvezza.

L’impatto visivo del film risente di scelte precise affidate a Dan Laustsen, direttore della fotografia abile nello strutturare l’uso del colore su variazioni di verde, dallo smeraldo all’acquamarina con sfumature di blu cobalto. Un verde che richiama il tono dell’acqua presente in tutte le sue forme: da quella piovana, alla vasca ove la creatura vive, a quella in cui bollono le uova. Il rosso invece è il colore di Elisa, del suo cappotto e di alcuni indumenti. Un colore che appare ripetutamente nelle poltrone di un luogo simbolico come il cinema situato sotto casa sua, ma anche attraverso il sangue visibile in maniera simmetrica, all’inizio e alla fine del film, sui corpi, in particolare sul collo, dei due innamorati. Con solo qualche reminiscenza del cinema horror, il regista messicano dirige una storia d’amore dall’impianto narrativo classico nella quale riecheggia la fiaba europea de La Bella e la Bestia. Un inno universale, nascosto dietro gli artifizi cinematografici, alla diversità e all’integrazione razziale, che sembra narrare una storia della nostra epoca.

Giulia Sterrantino