27/12/2017

Les Bienheureux di Sofia Djama

E’ stato presentato in concorso nella sezione Orizzonti della Mostra del Cinema di Venezia 2017 “Les Bienheureux”, primo lungometraggio della giovane regista algerina Sofia Djama (Oran, 1979). Dopo la laurea in Letteratura e un esordio come scrittrice di racconti (“Mollement, un samedì matin”) dove Algeri fa da sfondo a ogni singola trama, Djama nel 2012 ha realizzato da uno dei suoi testi il suo primo cortometraggio, molto apprezzato da pubblico e critica, con il quale ha ricevuto due premi alla rassegna di Clermont Ferrand. L’Algeria fa da sfondo a questa sua pellicola, basata sulle sue impressioni e sui ricordi del 1992. All’epoca del colpo di stato militare e della successiva guerra civile tra fazioni militari, gruppi laici e islamici radicali lei era una giovane ed ha vissuto il clima di paura che si respirava in quegli anni: continue stragi per attentati terroristici, la dura repressione con l’incarcerazione degli oppositori politici, la sospensione delle garanzie costituzionali, la stampa imbavagliata ecc.

Nel film, ambientato sedici anni dopo, nel 2008, il clima è cambiato e il paese che ne è uscito sta lentamente respirando l’aria della libertà, anche se porta ancora su di sé le cicatrici di quella devastazione culturale. Seguiamo le vicende di quattro persone nell’arco di una giornata: una coppia di coniugi di mezza età, Amal (Nadia Kaci) e Samir (Sami Bouajila) che decide di festeggiare al ristorante il ventesimo anniversario di matrimonio. Lui è un ginecologo che ancora opera aborti clandestinamente, una pratica ancora fuorilegge in Algeria. Tuttavia sogna di aprire un giorno nel suo paese una clinica “democratica” per aiutare le donne in difficoltà. Amal invece è una madre progressista che però non crede nel futuro democratico del paese, e desidera che il proprio figlio Fahim (Amine Lansari) dopo la maturità vada a studiare all’estero. Samir invece è moderatamente ottimista; crede in un futuro algerino e non ritiene giusto che i giovani come il suo ragazzo, andandosene via, disperdano l’eredità di quei diritti conquistati con il prezzo di molti sacrifici.

Dall’altro lato vediamo invece Fahim, che invece di studiare preferisce trascorrere le serate con i suoi amici più stretti: Reda (Adam Bessa) che compone musica “rap” trasgressiva e cerca risposte nel fanatismo religioso come forma di resistenza a un modello culturale occidentale secondo lui imposto; e Feriel (Lyna Koudri) una ragazza spiritosa, volitiva, emancipata che ha perso la madre morta suicida e cerca di dimenticare i propri orrori personali rivendicando una forte indipendenza dagli uomini.

E’ una generazione divisa, quella raccontata in modo intelligente dalla regista, nei dialoghi dei giovani, senza punti di riferimento, che rischiano di lottare per una radicalizzazione delle proprie radici, e in quella degli adulti-genitori e in coloro che hanno vissuto troppo tempo nella paura e nell’odio, e che per una “riconciliazione civile”, hanno visto molti criminali di Stato ricevere l’amnistia, come se nulla fosse accaduto. Ed è davvero difficile uscire dal buio che avvolge l’Algeria, come la notte che avvolge la città (gli ambienti, i ritrovi, i vicoli, i ristoranti) magnificamente fotografata nel film.

Andrea Curcione