27/12/2017

La vita in comune  di Edoardo Winspeare

Quattordici anni dopo “Il miracolo”, il regista salentino Edoardo Winspeare (classe 1965) nato in Austria da padre scozzese, madre del Liechtenstein, ritorna alla Mostra del Cinema di Venezia, presentando in concorso nella rassegna Orizzonti “La vita in comune”, pellicola dai toni da commedia ambientata nella sua terra d’origine che da sempre lo ha ispirato e lo ha fatto apprezzare al pubblico e alla critica, fin dai suoi esordi con “Pizzicata” (1996), e poi con il più celebre “Sangue vivo” (2000).

Winspeare abbandona quindi i temi più seriosi per girare una sorta di favola contemporanea che però racconta i nostri tempi. Protagonista della storia è Filippo Pisanelli (Gustavo Caputo), sindaco di Disperata, un immaginario piccolo comune del Salento (il cui nome si ispira a Depressa, reale frazione del comune di Tricase in Puglia). Il primo cittadino, dal carattere mite e gentile, subisce quotidianamente, durante i lavori del ristretto consiglio comunale che presiede, i continui attacchi politici e le stressanti critiche su ogni sorta di problema locale da parte degli agguerriti consiglieri dell’opposizione. Tra essi è schierata anche Eufemia (Celeste Casciaro) proprietaria del principale negozio di alimentari e della quale il sindaco, nonostante le diversità di vedute, è segretamente innamorato.

Il primo cittadino, dopo gli impegni amministrativi, trova rifugio nella poesia, che coltiva e spiega con passione durante gli incontri con alcuni carcerati del penitenziario locale, dove svolge volontariato. Sarà in carcere che conoscerà Patì (Claudio Giangreco) uno tra i pregiudicati più temuti e rispettati del paese, ex marito di Eufemia, il quale con una personale conversione (dovuta agli incubi per un cane ucciso durante una rapina) e all’incoraggiamento del sindaco a scrivere i suoi pensieri sulla vita, abbandonerà gli intenti criminali per dedicarsi completamente alla poesia.  Il malvivente inoltre ha un figlio, Biagetto (Davide Riso) avuto da Eufemia, che lo zio Angiolino (Antonio Carluccio), fratello di Patì - altro bandito mezza-tacca - personaggio strambo e ridicolo, vorrebbe rendere un vero uomo duro e cattivo. La conversione di Patì alla bontà e alla poesia all’inizio metterà in crisi zio e nipote, ma in seguito il bene prevarrà su tutti. Il sindaco invece troverà il coraggio di salvare con alcune sue idee apparentemente visionarie e strampalate, e soprattutto con l’aiuto di tante persone, un territorio paesaggistico per il quale valeva la pena di battersi. Non mancano le scenette, a volte surreali, grottesche ed eccentriche.

Il film, co-prodotto da Raicinema, è stato girato, come per altre precedenti pellicole di Winspeare, da attori non professionisti, e i dialoghi recitati in pugliese stretto in certi momenti necessitano dei sottotitoli in italiano. Il regista, che ha anche curato la sceneggiatura, ha spiegato che il titolo ha un doppio significato: quello della sede istituzionale ma anche quello della vita condivisa da una comunità, con i suoi difetti, le sue fragilità e le proprie paure, che offre il quadro di un’Italia lontana, abbandonata dalle istituzioni, ai margini del nulla, dove però possono ancora vincere i sogni.

Andrea  Curcione