22/10/2017

Wormwood di Errol Morris

È da qualche anni ormai che i grandi festival cinematografici più importanti hanno iniziato a dedicare spazio alla televisione, nel momento in cui questa può vantare certe ambizioni. Tralasciando il discorso generale sul fenomeno e il fatto che questa sorta di convergenza difficilmente fa bene al cinema, bisogna comunque dire che di risultati interessanti se ne sono visti, anche se con il contagocce. Ultimo artista a essersi cimentato in un progetto prodotto, distribuito e supervisionato da Netflix è Errol Morris, mostro sacro del documentario che aggiunge un tassello alla sua attività televisiva collaborando con il colosso dello streaming, firmando una mini-serie in sei parti sull’omicidio di Frank Nelson, biologo in forza alla CIA ucciso nel 1953.

Dividendosi tra una semplice intervista frontale al figlio Eric e una ricostruzione fiction degli avvenimenti che non possono essere riassunti a parole, Woormood riesce in tutti gli scopi che si prefigge, risultando come un’opera completa a totalizzante. Morris riesce a portare sullo schermo tutta la bruciante disperazione di un Eric ormai sulla settantina che rivela attraverso la sua graduale manifestazione di collera di aver sacrificato la sua vita per tentare di far luce su questo mistero che vedeva sua padre come un ingranaggio marginale non funzionante a cavallo tra gli esperimenti di LSD sui civili e la ricerca sulle armi batteriologiche ai tempi della guerra in Corea.

Dall’altro lato le ricostruzioni sono portate in scena con uno stile teatrale che fa ampio utilizzo degli stilemi del genere in cui una storia del genere andrebbe a inserirsi, quelle del classico noir cospirazionista anni ’50. Il montaggio artificioso e l’espediente dello split-screen funzionano, riuscendo a rendere il documentario a tratti emozionale e a tratti freddo, cavalcando i 250’ di durata per sfociare in un finale amarissimo (come l’apocalittico assenzio del titolo che accerchia chi anela a delle risposte) che rivela che la verità è conosciuta (da alcuni, come il premio Pulitzer Hersh) ma non può esser rivelata per le conseguenze che potrebbe scatenare.

Wormwood è quindi più un film lungo che una mini-serie, ma non per questo è da confondersi con il cinema, interessante per la trattazione che fa di un tema che ha riscoperto nuova modernità negli ultimi anni e per come utilizza la struttura esapartita per calcare la mano su di un ritmo sostenuto che dà linfa a un documentario del genere, rendendolo, prima di tutto, potente.

Alvise Mainardi