14/10/2017

Sarah joue un loup-garou di Katharina Wyss

Tra le opere più interessanti presentate alla SIC 2017 troviamo l’esordio nel mondo del lungometraggio della svizzera Katharina Wyss, con un film teatrale che ripercorre gli ultimi giorni di vita della protagonista Sarah, adolescente tormentata che perde se stessa nel mondo del teatro che tanto ama. Intrappolata tra una madre che sente distante e un padre che è fin troppo vicino, Sarah perde gradualmente di vista la realtà per rifugiarsi nella forza emotiva ed espressiva della finzione di cui non riesce a fare a meno.

Il cuore pulsante del film è dunque la mancanza d’accettazione del raffinamento artistico come prosecuzione diretta dell’impianto vitale e non come sua parte intersecante. Quello che manca a Sarah, ciò a cui lei anela, non è la tranquillità spensierata della gioventù ma l’intensità dell’opera shakespeariana, incapace di accettare la promiscuità tra triviale e mediocre nella sua stessa vita, preferendo invece proiettarla su una climax tragica.

Ed esattamente come la protagonista, Wyss decide di far andare alla deriva anche la sua regia, che diventa sempre più teatraleggiante con il passare dei minuti, abusando del ralenti o del piano-sequenza, della staticità, a differenza delle sequenze iniziali, estremamente mobili e serrate. Stiamo dunque parlando di un’opera con tutti i crismi necessari che batte sì sentieri già battuti ma lo fa con passo leggero e un’impostazione più che solida.

Sarah desidera la purezza (infantile), ingenuamente, e la ricerca nella potenza delle arti, creando dramma, nella sua accezione primordiale, quella interiormente conflittuale e tragica, arrivando a inventarsi un fidanzato suicida e distruggere una sua amica malata perché ha perso il distacco tra l’una e l’altra cosa, la disparità di consapevolezza tra gli abitanti delle due dimensioni. La strada di Sarah è quindi quella di impersonarsi con il conflitto stesso, con il mostro mannaro (il loup-garou), per creare una spirale infinita auto-alimentata che però non riesce a darle abbastanza per permettere di mantenersi tale.

Sarah joue un loup-garou è un’opera prima robusta che fa del gioco collaudato di scambio tra cinema e teatro un’imbastitura per raccontare una malinconia densa di sfumature capace di colpire l’altro lato dell’arte, quella del fallimento del pubblico. Katharina Wyss si rivela dunque come una regista da tenere assolutamente d’occhio nel panorama cinematografico europeo.

Alvise Mainardi