02/10/2017

Zhuibu (Manhunt) di John Woo

John Woo ritorna a dirigere un action movie dopo aver sperimentato altri generi e aver prodotto pellicole di cui lui stesso dice di non andare fiero. Ritornare al cinema d’azione per il regista cinese è come tornare a casa, i movimenti di macchina, i ritmi ossessivi e le sparatorie surreali sono il suo pane. Manhunt è infatti un adattamento nel quale la sua mano si nota sin dalla prima scena e permea l’intera opera. Un adattamento poiché si basa su un romanzo di Nishimura già trasposto cinematograficamente dal giapponese Jun'ya Satô; non si tratta tuttavia di un remake, dal momento che il regista non ne ha ottenuto i diritti.

La storia è quella tutt’altro che originale di Du Qiu, un avvocato che lavora per un’importante azienda farmaceutica che viene incastrato per l’omicidio di una giovane donna. L’obiettivo del protagonista è la ricerca della verità, ostacolato dalla polizia e da agenti speciali in campo per difendere gli interessi di oscuri poteri forti.

La storia permette al regista di giocare con l’azione, di costruire un’amicizia tra un cinese e un giapponese fondata sulla violenza e sull’uso delle armi, di dilettarsi nello scrivere e dirigere due giovani e belle donne (una delle quali è proprio la figlia) nelle parti di assassine inarrestabili. Insomma non manca nulla nel film che John Woo dirige solo per il gusto di scatenare azione sullo schermo, manca volutamente profondità e realtà in ciò che accade, a beneficio delle colombe, pars pro toto per intendere tutti i suoi simbolismi ormai riconoscibilissimi ai quali non sa resistere.

Egli probabilmente va anche oltre, citando e rendendo omaggio a molti classici del passato. Un minestrone il suo che si lascia vedere senza pretendere troppo e senza azzardare nulla; Manhunt è una rimpatriata fra vecchi amici nella quale tutto ciò di cui si parla sono i bei ricordi di tempi passati.

Daniele Sartorato