25/09/2017

Foxtrot di Samuel Maoz

Spazio, tempo, sguardo e suono: è questa l’idea di cinema che Samuel Maoz profonde nella sua opera seconda “Foxtrot” che si aggiudica il Leone d’argento – Gran Premio della Giuria alla 74.ma edizione della Mostra del Cinema di Venezia.

Al suo primo tentativo, nel 2009, il regista israeliano si era addirittura aggiudicato il premio più ambito, il Leone d’oro col claustrofobico “Lebanon” tutto ambientato all’interno di un carro armato durante un’azione militare. Anche “Foxtrot” fa i conti con l’Israele militarizzato (ne traspare evidente la polemica e il sarcasmo di Maoz a tal riguardo), con le tensioni che i soldati sopportano durante le loro missioni (come ad esempio Jonathan, uno dei protagonisti), ma anche con quelle patite dai familiari a casa (leggi Michael e Dafna, genitori di Jonathan).

Costruito come una tragedia greca in tre atti in cui viene ribaltata la comune percezione del concetto di destino, “Foxtrot” parla di un ballo in cui, come ricorda uno dei personaggi del film, si finisce sempre al punto di partenza metafora dell’ineluttabilità della tragedia. Ma parla anche di una postazione militare di frontiera le cui sequenze si rivelano agli spettatori come scioccanti, ipnotizzanti e al contempo commoventi.

Il tutto condito da primi piani, l’uso di carrelli circolari volti a cogliere la sofferenza negli occhi dei protagonisti (specie nel caso di Michael e Dafna, i coniugi a casa) con frequenti inquadrature dall’alto verso il basso al punto che i personaggi del film (in primis Jonathan ed il resto della pattuglia impegnata al posto di blocco) appaiono come fossero schiacciati dal peso del Fato.

Sceneggiatura rigida intrisa dei concetti di fondo del cinema e della letteratura israeliana quali il senso di colpa, le scelte sbagliate e gli errori nella loro ereditarietà, ma anche con un tocco di surrealismo che permea il secondo atto.

Orazio Leotta