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19/10/2009
Venezia
SOUTH OF THE BORDER di Oliver Stone
Sbarca al lido una spietata critica politico-sociale di quell'America che non sventola la bandiera a stelle e strisce con orgoglio. Sbarca nelle fattezze del documentario, genere antichissimo ma da poco riscoperto con una nuova linfa vitale. Sbarca e indossa completo scuro, camicia bianca e cravatta rossa, così come il regista Oliver Stone e il Presidente del Venezuela Hugo Chavez sul red carpet della Biennale e in una laguna blindatissima per l’occasione. Presentato fuori concorso alla kermesse veneziana, l’ultimo documentario di Stone, South of the border, racconta infatti le trasformazioni del Continente latinoamericano a partire dalla vicenda politica dello stesso Chavez.
Venezia si è così concessa una coinvolgente lezione di cinema documentario insieme a quella di Michael Moore con il suo Capitalism: A Love Story. Ma se Moore viaggia nell’America capitalistica per scovarne gli effetti più disastrosi e aberranti, Stone prende l’aereo e vola in Sud America per incontrare i presidenti neo-bolivaristi che stanno radicalmente trasformando la storia, l’economia e i rapporti di potere di quell’intero continente. Cronista esagerato, un uomo contro che ha fatto della provocazione il suo marchio di fabbrica, il regista di Platoon e di Nato il 4 luglio potrebbe essere infatti considerato un giornalista con la macchina da presa. Sei anni fa dedicò ben due documentari al leader cubano Fidel Castro, Comandante e Looking for Fidel, mentre oggi, in un sequel ideale e incisivo in cui ritrova la sua verve dannatamente americana e pur maledettamente antiamericana allo stesso tempo, riparte dal Venezuela di Hugo Chavez. Ma quando il viaggio inizia, nel Gennaio 2009, Stone e la sua troupe sentono il bisogno di spingersi “oltre il confine” per visitare nuovi paesi e per scoprire la verità su quei pericolosi capi di governo a sud del Messico che tanto preoccupano la politica statunitense. Di qui le interviste con Evo Morales, primo presidente indigeno della Bolivia, Lula da Silva, ex operaio e presidente del Brasile, Cristina Kirshner, tenace e carismatico successore del marito Nestor e attualmente alla guida dell'Argentina, l'ex vescovo ora presidente del Paraguay, Fernando Lugo, il giovane ma energico presidente ecuadoriano Rafael Correa, e infine Raul Castro, fratello di Fidel, ora alla guida di Cuba. Personaggi dai percorsi diversi ma accomunati da una politica di centro-sinistra e da un sogno: trovare un'intesa tra i paesi sudamericani che porti alla capacità di creare una grande forza che sappia tener testa politicamente ed economicamente alla superpotenza “a nord del confine”.
Quello di Oliver Stone è un cinema sfacciatamente compromesso, concitato, sovente impietoso della madrepatria. Da questo punto di vista il documentario South of the Border è una delle produzioni migliori di Stone, da molti anni a questa parte. Nonostante lo spostamento “a sud del confine”, i temi a lui cari si confermano sempre gli stessi: dalla drammaturgia alla passione per storie di individui capaci di sfidare veti politici, economici e sociali pur di mettere a nudo le crepe di un sistema che tale non è, fino al tema da cui nasce tutto il suo Cinema, il luogo dal quale il regista newyorkese non ha mai fatto realmente ritorno. Come quando Chavez si commuove e confessa quanto spesso pensi agli uomini morti al suo fianco: “da ex-soldato, la comprendo perfettamente”, replica Stone reduce del Vietnam.
di Silvana Lagrotta
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