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05/10/2009

Venezia

Life During Wartime.
Todd Solondz in “tempo di guerra”.



Il ragazzo cinico e spietato del New Jersey è tornato al Lido “in tempo di guerra”. È Todd Solondz: autore scomodo e “mal distribuito” che punta la sua camera irriverente sulle contraddizioni della borghesia americana. Dopo il pungente Palindromes accolto nel 2004 con un certo disappunto, Solondz sbarca nuovamente a Venezia con un altro film in Concorso, Life During Wartime, ancora una volta senza il timore di essere grottesco e provocatorio.
Il film si presenta già dalla scena di apertura come un metaforico sequel e, contemporaneamente, una stravagante variazione della sua precedente brutale commedia Happiness del 1998 (Premio Internazionale della Critica a Cannes), da cui provengono alcuni personaggi con il proprio passato impossibile da superare e un’assoluzione altrettanto difficile da elargire. Ritroviamo così la famiglia Jordan: l’insopportabile casalinga perfetta Trish alle prese con un nuovo fidanzato (una persona "normale"), e l’ingenua e angelica “Joy”. Mentre la prima combatte per mantenere unita la sua famiglia dopo l’arresto del marito pedofilo, la seconda cerca di fuggire dai fantasmi del suo passato e da un marito che nonostante le cure continua a essere un pervertito.
Chiamato anche Forgiveness, Life During Wartime indaga infatti le dinamiche del perdono e dei suoi limiti in una società in cui le fobie e le pulsioni umane costringono le persone, vittime e insieme carnefici di se stessi, a dialogare con i propri dolorosi e infausti fantasmi. “Il vero nemico è dentro di noi”, afferma una folgorante Charlotte Rampling che nel film appare con autorevolezza in poche ma significative scene. Solondz scommette sui suoi goffi e inquietanti personaggi dipingendo un ritratto caleidoscopico ed emotivamente risonante di irritanti tipi umani, figli di un’umanità frustrata, superficiale e senza possibilità di remissione, se non all’interno di prestabilite logiche sociali incrollabilmente snob e terribilmente “normali”. La fotografia di Ed Lachmann, volutamente sintetica e quasi plastificata, ricrea questa situazione di perfetto straniamento.
Così si ride, ma a denti stretti e il film diventa imbarazzante, caustico e beffardamente graffiante, tanto che la trama, il racconto tragicomico ma equilibrato di una disfunzionale famiglia americana, diviene mero pretesto per esplorare i temi cari alla poetica di Solondz: surreali crisi adolescenziali, artificioso perbenismo, perversioni umane più o meno legittime, dalla pedofilia al fanatismo religioso fino a una sessualità vissuta in maniera tanto morbosa quanto inusuale.
Non c’è consolazione né pietas per nessuno, ma solo avvilenti disordini post-traumatici di una misconosciuta quanto interminabile guerra esistenziale in continuo presente. L’arma di Solondz è di natura semantica, la sua “colpa” è saperla adoperare. Del resto, chi fa della satira il proprio mestiere è un maestro della parola e dei suoi trucchi più insidiosi. Mai, nel suo film, fobie, pulsioni e frustrazioni hanno un nome. All’esattezza del dizionario Solondz preferisce l’arsenico di una metafora, la lama affilata di un ossimoro. Ciò che rimane è il contenuto, non il significante, perché ogni parola porta con sé un condizionante universo semantico sociale e psicologico. Quasi a voler dire che, alle volte, quella che noi chiamiamo rosa, con un altro nome, “non” profumerebbe ugualmente.

di Silvana Lagrotta





 
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