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05/10/2009
Venezia
THE ROAD di John Hillcoat
La strada verso una salvezza possibile.
Un uomo e un bambino, un padre e il suo giovane figlio, entrambi senza nome, entrambi senza niente che non sia il legame indissolubile che li unisce. Due ombre che spingono un carrello pieno del poco che è rimasto, in un mondo post-apocalittico, lungo una desolata e grigia strada americana. La fine del viaggio è invisibile ma sognata, mentre comincia ad avanzare un inverno che potrebbe non finire mai. E’ questa la trama dell’attesissimo The Road del regista australiano John Hillcoat; un adattamento cinematografico dell’audace thriller e omonimo romanzo premio Pulitzer di Cormac McCarthy (che aveva già ispirato il pluripremiato Non è un paese per vecchi, dei fratelli Coen).
The road è la strada verso una salvezza anelata e possibile, ma fatta di luoghi bui, gelidi e senza vita, abitati da disumane bande di spietati predoni. Non c'è storia e non c'è futuro. "Nessuna lista di cose da fare. Ogni giornata sufficiente a se stessa. Ogni ora. Non c'è un dopo. Il dopo è già qui. Tutte le cose piene di grazia e bellezza che ci portiamo nel cuore hanno un'origine comune nel dolore. Nascono dal cordoglio e dalle ceneri. Ecco, sussurrò al bambino addormentato. Io ho te". Così il padre, il magnetico Viggo Mortensen, spiega al figlio, il candido e promettente Kodi Smit-McPhee, le ragioni del perché valga la pena aggrapparsi alla vita anche quando tutto sembra essere finito, del perché bisogna mantenere acceso il fuoco dentro di sé, mentre insieme ricordano una madre e una moglie lontana, Charlize Theron, che però appare nel film per troppo poco tempo e con un ruolo troppo piccolo per apportare senso al racconto.
The Road pecca solo in alcuni punti di prevedibilità. Hillcoat investe tutto il senso del film sulla rappresentazione di scenari ombrosi e apocalittici, grazie anche alla fotografia di Javier Aguirresarobe che di luoghi cupi e di cieli plumbei se ne intende (Twilight, L’ultimo inquisitore, The Others). La violenza e la brutalità diventano così la cifra stilistica del film che ruota attorno all’abominevole degenerazione umana, ma senza alcun pathos, senza sussulti, mentre la natura, come uno specchio infranto, riflette orrore e mistero impenetrabile e rivela un volto terribilmente cieco, disumano e impietoso eppure allo stesso tempo divino e metafisico. Come se guardando il mondo che si sgretola, man mano che va a pezzi, si cominciasse a capire di cosa sia fatto e quale segreto nasconda realmente al suo interno.
In fondo la forza del film è proprio questa: quel senso di incertezza e indefinitezza che è connaturato nella condizione umana e che ci rende vittime del caso, della natura, di noi stessi. Ma sarà proprio questa la fine del mondo? O forse non siamo già, ora, carnefici dei nostri simili, attraverso il potere economico, le guerre e le differenze sociali? Continua il viaggio verso un destino che attende il giovane figlio con la sua volontà di cercare o di fondare un sistema morale. Continua il viaggio verso una salvezza possibile, ma prima che abbia fine, il bambino dovrà diventare un uomo.
di Silvana Lagrotta
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