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05/10/2009

Venezia

IO SONO L’AMORE di Luca Guadagnino


Una famiglia dell'alta borghesia milanese alle prese con l'inesorabile scorrere del tempo, in una sorta di rivisitazione del romanzo senza età "I Buddenbrook", di Thomas Mann. In una Milano fotografata come nelle vecchie strisce di cartoline che ancora si vedono ogni tanto nelle edicole, la famiglia Recchi affronta il passaggio di consegne tra generazioni. E' l'ora di fare i conti tra valori del passato e modernità, ma pare non esserci giusto o sbagliato: tutto sembra uguale, come sotto una coltre di neve che livella ogni cosa. E in questo paesaggio inquietante tanto quanto gli interni geometricamente perfetti della villa di famiglia, si perderà Emma, moglie e madre, il cui temperamento russo sembra portare a quella tragica fine, destino di tante eroine sue compatriote.

In comune coi classici russi, Io Sono l'Amore ha la pretesa di grandezza. Tutto è roboante, dalla narrazione alla regia alla colonna sonora che, seppure bella, è usata con troppa furbizia per coprire mancanze e creare quel ritmo che il film non ha, e troppo volume. Persino l'immagine di Milano, così decente e pulita, viene deformata a creare un labirinto inesistente. Luca Guadagnino, già regista di Melissa P., appare perso di fronte a una storia troppo grande per lui, nonostante ci abbia lavorato per sette anni. Così aggiunge dettagli e personaggi inutili alla narrazione come alla fotografia, e infarcisce la sua opera di tematiche che vorrebbero essere attuali, come l'amore lesbico di Elisabetta Recchi per una sua insegnante. Così facendo, sono i personaggi principali e gli elementi essenziali che vengono mascherati. Di nuovo, come sotto la neve, tutto viene messo sullo stesso piano, tutto riceve la stessa luce uniforme, e niente viene approfondito, nemmeno il carattere sensibile e delicato del protagonista Edoardo, contrapposto all’amico Antonio, di umili origini ma capace, coi suoi piatti di ispirare sentimenti inusitati.
In questo marasma piatto si può solo intravvedere il filo conduttore: la passione delle donne di famiglia che va verso il futuro, mentre gli uomini, ciascuno a suo modo, non riescono a staccarsi dagli stereotipi. Però la mancanza di una tensione narrativa, di un ritmo, fa sembrare tutto un pretesto, una lenta agonia annunciata sin dall'inizio.
Noia e fastidio sono quello che rimane allo spettatore, e tanto più per la cura della fotografia esteticamente ricercata (un vero stillicidio è la scena di amore bucolico). E non è nemmeno uno sceneggiato tv in cui si può incolpare il cast di inettitudine. Tilda Swinton e Alba Rohrwacher, infatti, fanno il loro dovere. Ma non possono che essere ricoperte anche loro dalla stessa neve che tutto ovatta.

di Ludovica Gazzè





 
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