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20/09/2009
Venezia
My Son, My Son, What Have Ye Done? di Werner Herzog
L’annuncio di un film girato da Werner Herzog e prodotto da David Lynch creò, già sulla carta, un ovvio meccanismo di attesa spasmodica, per la curiosità di cosa potesse nascere dalle mani di due registi culto di così diverso approccio.
My Son, My Son, What Have Ye Done? ripaga l’attesa, mostrandosi come un oggetto particolare, quasi oscuro, ma di indubbio fascino e di indubbia qualità. Una pellicola che regala brividi lungo la schiena in più di un’occasione, nella quale Herzog esplode di genialità e poesia dentro la follia di un ambiente lynchiano.
Un detective (Willem Dafoe), coi suoi interrogatori ai conoscenti dell’accusato di omicidio Brad MacAllam (un incredibile Michael Shannon), attiva una serie di racconti sulla vita di Brad. L’investigazione, e gli interrogatori, sono il pretesto narrativo per costellare la pellicola di finti flashback, in quanto, in realtà, non flashback sviluppati secondo il punto di vista semi soggettivo degli interrogati, ma palesi ricordi del protagonista (chiaramente uno psicopatico) o eventi visti da un punto di vista oggettivo; questo espediente crea una sorta di straniamento, in quanto ci si trova a non comprendere quale sia esattamente una plausibile realtà dei fatti.
Se il film è realmente un film di Herzog, e Lynch è una sorta di contenitore, d’ambientazione ma anche per la scelta di alcuni personaggi tipici, si trova un iniziale distanziamento dal cinema dello stessa regista tedesco. Il protagonista, in uno dei suoi flashback, si trova in Perù, e rifiuta di unirsi ad un’uscita di rafting, per via del rischio dell’impresa, decidendo di non oltrepassare i propri limiti. Non un Fitzcarraldo o un Aguirre, che li superano realmente insieme al regista, ma un rifiuto esplicito, nella ricerca di superare, invece, un altro limite, quello tra realtà e finzione. Brad, infatti, grazie all’interpretazione dell’Elettra di Sofocle, trova la spinta per uccidere la madre oppressiva, in una sorta di transfert. Brad si trova in un limbo tra il palcoscenico e la propria condizione psicofisica, così come lo spettatore si trova nel limbo tra il tempo presente (e oggettivo) della diegesi e il tempo passato (e di fluttuante punto di vista) dei flashback.
My Son, My Son, What Have Ye Done? è un film grande, potente, imprevedibile, come una lattina che non smette di rotolare e che l’operatore è costretto a seguire con la mdp per catturarne la poesia.
di Paolo Parachini
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