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20/09/2009
Venezia
strong>NAPOLI, NAPOLI, NAPOLI di Abel Ferrara
Attraverso due differenti registri narrativi il regista Abel Ferrara cerca di portare sul grande schermo la vita di Napoli, da come si evince intuitivamente dal titolo scelto per la pellicola. Parte da una serie di interviste fatte alle detenute del carcere femminile partenopeo, intercalate da altri personaggi attivi nel territorio campano nella speranza di modificare il presente. Attraverso queste interviste emergono le storie personali delle donne incarcerate e contemporaneamente quelle comuni degli abitanti delle “vele”, le famose case di Scampia, un carcere ancora prima del carcere. Parallelamente al registro documentaristico vengono inserite alcune scene di fiction, due storie parallele di una famiglia napoletana e di alcuni pesci piccoli ingaggiati dalla camorra.
La parte documentaristica viene seguita principalmente dagli sceneggiatori del film, due napoletani che hanno iniziato questo progetto assieme al regista Ferrara, che spesso emerge nelle inquadrature di questa parte dell’opera quasi con lo scopo di voler ribadire la sua partecipazione al progetto. Napoli, Napoli, Napoli appare un racconto troppo dettagliato e mirato per non poter arrivare da chi quella realtà la conosce meglio di chiunque altro, da chi quella realtà l’ha vissuta in prima persona, e la parte invece di finzione, non congeniale al racconto e all’obiettivo prefissatosi dal lungometraggio, sembra quasi un piccolo cammeo del regista Ferrara che invece viene menzionato come unico artefice della pellicola.
Sicuramente, al di là di ogni paternità dell’opera, ciò che salta all’occhio e che lascia principalmente una sensazione amara e la sensazione di sconfitta che pervade tutto il racconto, come se per la vera protagonista del film, Napoli per l’appunto, non ci fosse nessuna speranza di guarigione, in una sensazione totalizzante e fatalista di sconfitta. La tendenza autodistruttiva della città sembra la stessa che emerge nei racconti dei suoi cittadini, sia di quelli che vivono fuori dal carcere che da chi sta scontando la sua pena. Purtroppo il film di Ferrara fa emergere anche una situazione di mancata scolarizzazione, giovani donne, spesso madri, che nella loro esistenza non sono mai riuscite a terminare la lettura di un libro, e sono loro stesse le prime a far emergere come tutto ciò, assieme a una idea radicata della mancanza di qualsiasi alternativa (soprattutto da parte dello Stato), porti i giovani senza lavoro nelle braccia della radicata camorra, che si presenta come una famiglia affettuosa che si prende cura di tutto. Abel Ferrara passa dalle sue origini dal Bronx a quelle molto più arcaiche origini napoletane, in un documentario che funziona a metà, nella parte documentaristica per l’appunto, ma molto meno nell’inutile parte di finzione che annienta totalmente la possibilità di intravedere qualche speranza se per caso la parte girata nelle carceri non lo avesse già totalmente fatto.
di Valentina Cauteruccio
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