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20/09/2009

Venezia

Survival of the Dead di George Romero


Se The Diary of the Dead (inspiegabilmente non ancora distribuito ufficialmente in Italia), era letteralmente il diario (mediatico) della fine (del mondo e dell’immagine cinema canonica), Surviavl of the Dead è invece un reportage della sopravvivenza, del mondo e dell’immagine cinema.
Romero, ingiustamente attaccato, ha confezionato un film che potrebbe, inizialmente, deviare l’attenzione dello spettatore dai reali intenti. Survival of the Dead è, infatti, una sorta di b-movie, realizzato con relativa povertà di mezzi e con una certa misura registica. Questa, però, è soltanto la confezione, necessaria per contenere quello che è l’intento, puramente teorico, del regista.
Innanzitutto, come da tradizione, Romero utilizza il genere per parlare del sociale. Ambienta il film quasi interamente su di un’isola, dove due fazioni lottano tra loro: gli uni vogliono che i morti viventi “vivano” e si cibino di carne animale, gli altri desiderano l’eliminazione totale di ogni morto vivente. Non è così difficile trovare nelle due fazioni un intento progressista versus un intento conservatore, con il giusto problema di non riuscire a capire quali siano davvero i progressisti e quali i conservatori.
Ma, inoltre, Romero continua a parlare di cinema. Il ritorno al b-movie è un ritorno teorico, così come è teorico il ritorno al genere, non tanto l’horror, in cui si inserisce di primo acchito il film, ma anche alla chiara contaminazione western che si trova nel film. È, quindi, un riappropriarsi di sistemi e canoni necessari per riproporre, anche dal punto di vista filologico, un cinema che sembra non capire più quale sia la sua strada, dopo le recenti riflessioni sul mezzo.
Con Survival of the Dead, quindi, Romero resta legato alla sua concezione di cinema, quella del genere come contenitore di riflessioni e teorie. Chi l’ha attaccato e criticato, superficialmente, farebbe bene a riguardarlo con maggiore attenzione.

di Paolo Parachini





 
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