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20/09/2009
Venezia
WOMEN WITHOUT MEN di Shirin Neshat
Un ritratto intimo e a tratti surreale di una Teheran invasa dalle rivolte e dai cambiamenti. Un gruppo di donne che vivono, e sopravvivono, alla ricerca di una felicità che sembra loro negata. Un salto nel buio, per essere libere.
Inizia così “Women without men” di Shirin Neshat, tratto dall’omonimo romanzo di Shahrmush Parsipur, presentato in concorso alla 66^ Mostra di Venezia: una morte che porta con sé una carica di istinti vitali impossibili da nascondere dietro il velo nero. Quelle sagome che si aggirano silenziose, e si stagliano sui fondali virati in seppia nella città che non dorme mai.
Il film è portatore di una grande carica rivoluzionaria: è il ritratto di un Iran che non vuole piegarsi alla dittatura, nei giorni cruciali del 1953, quando il golpe ordito da Stati Uniti e Gran Bretagna riuscì a deporre il governo democratico di Mussadegh per restaurare il potere dello Scià. La fierezza dello sguardo è un tratto comune delle quattro donne protagoniste, attorno alle quali si snodano storie e pensieri che omaggiano ai martiri che ancora oggi si immolano per la libertà del paese.
Sono donne diverse, per età, ceto, educazione, professione. Dalla giovane prostituta Zarin, che riversa la sua ribellione sul proprio corpo, ferendolo, rifiutandolo, smettendo di nutrirlo, negando così la propria femminilità ai molteplici uomini che ne abusano; alla cinquantenne Fakhri, moglie insoddisfatta e incompresa di un militare, fino alle due giovani amiche Munis e Faezeh, una lo specchio dell’altra. La prima proiettata in avanti verso la ribellione, dal potere e dall’autorità maschilista del fratello, e il cambiamento, l’altra remissiva e perfettamente “dentro” la cultura impartitale. Ma in realtà sarà lei l’unica a portare a termine il vero processo di formazione del film, a sancire una trasformazione non solo mentale ma anche fisica (nel vestito a fiori del finale). In quel giardino “incantato” dove, per caso o per destino, tre di queste donne si riuniranno alla ricerca di una vita altra.
La femminilità che pervade il film diviene lo specchio di una società in cui le donne sono delle semplici silhouette nere, ma allo stesso tempo ne riflettono il fermento, il tentativo di cambiare, finalmente. Il paesaggio, fotografato sapientemente da Shirin Neshat (il cui esordio alla regia giunge dopo una brillante carriera come fotografa e video artista), diviene funzionale all’azione, si integra con essa, e regala, con toni cromatici virati al seppia, l’immagine di un Iran lontano, quasi mitico.
E’ un film denso di richiami alla storia personale della giovane regista, ma anche metafora di una situazione storico-politica costruita su altrettanti riferimenti artistici, letterari, cinematografici, che riversano la cultura dell’autrice nella pellicola dall’apparato visivo elegante e raffinato. Ma con una forte carica di denuncia alla base
di Silvia Aufiero
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