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20/09/2009
Venezia
A un film israeliano il Leone d’oro
LEBANON di Samuel Maoz
I tormentati ricordi di guerra di un ex soldato israeliano sono il tema di “Lebanon”, opera prima del regista Samuel Maoz (Tel Aviv, 1962), presentata a Venezia in concorso. Era già accaduto con la pellicola d'animazione “Valzer con Bashir” (2008) del suo compatriota Ari Forman che la memoria lacerata di un reduce, testimone dei massacri avvenuti in Medio Oriente, sia stata riprodotta in immagini di forte efficacia.
L'episodio che viene ricostruito nel film è accaduto durante la prima guerra del Libano, nel giugno del 1982. A un carro armato israeliano, entrato in territorio libanese, viene ordinato di scortare un gruppo di paracadutisti che devono penetrare all'interno di un villaggio precedentemente raso al suolo dall'aviazione. A bordo del tank vi sono quattro e spauriti soldati ventenni: il comandante Assi (l’attore Itay Tiran), l’artigliere Shmulik (Yoav Donat), l’addetto al caricamento delle armi Hertzel (Oshri Cohen) e Yigal il pilota (Michael Moshonov).
E' un ufficiale dei parà, in diretto contatto con il comando israeliano, a dare ordini al gruppo di carristi; e gli ordini sono di sparare a vista su tutto ciò che avanza contro di loro. I quattro sono alla loro prima missione operativa e sono quasi alla fine del loro servizio di leva; non vedono l’ora di ritornare a casa ma, soprattutto, non hanno mai sparato un colpo contro un essere umano. Il film si svolge quasi tutto all’interno del carro armato, e il regista ci offre l'unico sguardo verso l'esterno – l’idea più geniale del film - attraverso il visore periscopico. In questo modo i carristi e lo spettatore hanno lo stesso punto di osservazione ed anche la stessa percezione reale del pericolo e lo sguardo sulla morte; il visore è come il punto di vista della macchina da presa cinematografica. In questo modo l’artigliere è costretto a vedere la morte in faccia: drammatiche sono le scene di un attentato sventato di un’automobile guidata da terroristi, quella di un anziano allevatore colpito a morte a bordo del suo camion che trasporta polli e quella di una famiglia tenuta in ostaggio da parte di un gruppo di terroristi. Il senso di terrore e di angoscia è ancor più accentuato dalla forma claustrofobica, dai rumori e dalla sporcizia nell'angusto abitacolo del tank.
Quando il carrarmato finisce in territorio ostile, l’osservazione all’esterno diventa fondamentale: le insidie del buio portano il timore di un’improvvisa imboscata nemica, e la corazza del mezzo è l’unica protezione per i soldati. Il buio, i rumori esterni, la paura della morte, accentuano la sensibilità dei soldati, che sentono il continuo bisogno di orinare, di invocare la mamma, o di ricordare momenti lieti della loro infanzia, con riprese di forte autenticità. Tra i momenti più salienti del film si ricorda la scena in cui uno dei carristi aiuta un miliziano siriano catturato - terrorizzato dal timore di finire in mano a un falangista libanese sadico e torturatore - ad orinare all'interno dell’abitacolo; un momento di vera “pietas” umana.
Il film inizia in un campo di girasoli e termina nello stesso campo di girasoli, con in mezzo il carrarmato israeliano; come a simboleggiare che la bellezza della natura è spesso contaminata, rovinata dalla guerra. “Lebanon” è un vero film “sensoriale”, dove il terrore del conflitto, la paura, la morte, i rumori assordanti di fondo (non vi è una colonna sonora), la forza della sopravvivenza, sono gli ingredienti di un discorso che ha un valore universale.
di Andrea Curcione
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