| |
|

16/09/2009
Venezia
LO SPAZIO BIANCO di Francesca Comencini
Abbandonando ogni preconcetto legato al cognome che porta, una delle due sorelle Comencini, Francesca assolutamente da non confondere, stupisce positivamente nell’adattamento letterario dell’omonimo romanzo. Realizza così un’opera totalmente femminile, dove la protagonista Maria, interpretata da una Margherita Buy che finalmente si allontana dalla figura isterica che in molti le hanno cucito addosso, è il collante della storia, la macchina da presa la segue nella sua vita, tra salti temporanei di mesi che rendono la pellicola per nulla noiosa.
Maria è un’insegnante, vive a Napoli e insegna alle serali, in una classe che viene spostata da un posto all’altro, ha un amico e confidente, Fabrizio, che l’accompagna, senza nulla chiedere in cambio, lungo il suo travagliato percorso di madre sola a quarant’anni, di una bimba non cercata da un uomo che scompare all’arrivo di una nuova vita. Ma non è solo la gravidanza a essere inaspettata, anche la nascita arriva senza preavviso tre mesi prima dello scadere del termine, Maria sa solo che sua figlia nascerà al sesto mese, nascerà viva ma non sa se sopravvivrà. Questo è lo spazio bianco raccontato dalla regista, lo spazio candido delle incubatrici e delle diverse madri con le loro diverse storie, ma tutte accumunate da una nascita prematura e da una sorte incerta. I tre mesi di gestazione fuori dalla madre sono per Maria tre mesi in cui ritrovare la forza di carattere persa dopo la fine della storia con Pietro, il padre di sua figlia, ma sono anche mesi in cui imparare ad amare quella creatura arrivata come un uragano a sconvolgere la sua vita, sono mesi in cui lei aspetta che sua figlia nasca o muoia, con una consapevolezza distruttiva.
La parte peggiore di questa attesa è l’impotenza, il non poter fare null’altro che aspettare, quando Maria chiede ai dottori cosa si fa ora loro possono solo rispondere che deve attendere, aspettare che il tempo passi, che le cose si risolvano da sole in un modo, positivo, o nell’altro, nefasto e senza ritorno. Durante questa impotente attesa però queste donne, con in comune lo stesso destino, imparano a conoscersi, a consolarsi a vicenda e aiutano Maria ad aprirsi, in fondo l’ospedale e il suo spazio bianco è il posto in cui passano la maggior parte della loro giornata con un inevitabile coinvolgimento affettivo e conoscitivo nell’attesa che qualcosa accada.
Il finale a lieto fine occupa solo l’ultima scena del film, la regista ci dice solo se Irene sopravvive o no, null’altro, lascia poi Maria e la sua piccola Irene alla loro vita, come se spegnesse l’occhio troppo invadente e inopportuno della macchina da presa davanti a un momento così intimo nella vita di una donna, la nascita di un figlio, anche se in questo caso è la seconda nascita per la piccola Irene.
di Valentina Cauteruccio
|
|