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16/09/2009

Venezia

“LOLA” di Brillante Mendoza
FILIPPINE POETICHE



La nostra umanità soppesata - ed equilibrata - sulle scale della giustizia. Il delitto serve per mettere alla prova le forze e le fragilità delle due donne. Una si dimostra debole, l’altra forte. Questo permette di equilibrare l’umanità, come nell’equilibrio della natura, in cui sopravvive chi più si adatta e il valore di ciascuno dipende dalla sua posizione nella vita. (Brillante Mendoza)

E’ Lola, l’ultima opera del regista filippino Brillante Mendoza, il secondo film a sorpresa in concorso alla 66. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica, dopo l’appuntamento con Herzog. Il film, uno dei più intimi e radicali del regista, è centrato sulle figure di due nonne (“lola” vuol dire appunto “nonna” in filippino) e restituisce al pubblico il vero cinema di Mendoza. Girato tra Manila, Malabon e le isole Luzon è un documento che osserva le città dell’arcipelago, realizzato con una forza narrativa rarissima, quella che è capace di seguire la vita degli individui e di perdersi nel flusso della durata. Macchina a mano, movimenti ruvidi, sporchi, lunghi piani sequenza, primi piani suggestivi, stasi della narrazione: la sua poetica è indistinguibile.
Al centro del racconto abbiamo dunque le Filippine, con la loro povertà, i paesaggi unici, il clima piovoso. In questa ambientazione si muovono le due protagoniste, Anita e Puring: i destini di queste due nonne si incontrano quando i loro nipoti vengono coinvolti in un omicidio, uno come vittima, l’altro come assassino. Il regista le segue da vicino, con sguardo documentaristico, in mezzo al mercato, sulle imbarcazioni, tra le loro famiglie, nel percorso di sopravvivenza quotidiana, nella furia della pioggia filmata con forza e potenza. Anche il lavoro sul suono è interessante, attento a cogliere la profondità dei piani così da renderli il più possibile aderenti all’evento, e in grado di catturare voci e rumori inconfondibili. Mendoza infatti non corregge i “difetti” del suono ma li rende presenti, vicini, impercepibili. Un “occhio” sonoro che si accosta a quello visivo del piano sequenza, usato con insistenza dal regista per sottolineare la sua partecipazione non solo fisica ma anche mentale. E con lui, anche quella dello spettatore. Nonostante la lunghezza delle inquadrature, riesce comunque a sorprenderci, spostando velocemente la telecamera, come in documento.
La sfida delle due nonne è comunque a  distanza , ed è l’espediente per mettere in scena la forza dell’amore materno, l’istinto naturale di salvaguardare e proteggere la propria famiglia, nonostante tutto. Si tratta di emozioni allo stato puro, senza una distinzione manichea tra bene e male, tra ciò che è giusto o sbagliato, e la ricerca di soldi, un tema costante lungo tutta la narrazione, non rappresenta altro che la quotidianità della gente del luogo: alla fine non vincono né i sentimenti, né la giustizia, ma le necessità economiche, la povertà, l’arretratezza della società filippina.
Dopo la violenza estrema di Kinatay, con Lola Brillante Mendoza realizza sicuramente uno dei film più belli, sofferenti e intimamente crudeli della sua filmografia.

di Silvia Aufiero 





 
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