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15/09/2009
Venezia
Metropia di Tarik Saleh
2024: in una Stoccolma grigia e claustrofobica Roger, giovane impiegato di call center, conduce una gelida esistenza tra un lavoro alienante e una vita privata in bilico. Giorno dopo giorno nella mente di Roger prende corpo il sospetto di un controllo “dall’alto”, alimentato anche dalle strane voci che sente nella Metropolitana, un enorme sistema di trasporto che collega tutta Europa. E’ proprio nella Metropolitana, mezzo di trasporto odiato e temuto, che Roger incontra Nina, una donna magnetica e misteriosa che lo condurrà attraverso un’avventura pericolosa e rivelatrice che cambierà per sempre la sua vita.
Metropia, opera prima dell’ex graffiti artist Tarik Saleh, è un film di animazione dai toni cupi e opprimenti, un’opera visiva raffinata ed emozionante, che coinvolge lo spettatore a livello fisico, psichico e intellettuale. I colori, prevalentemente neutri, opachi, “sporchi”, unitamente ai suoni, alle voci e ai movimenti meccanici ed automatici delle figure umane, danno vita a un’atmosfera carica di angoscia e di disagio, che si percepisce con chiarezza anche fisicamente. La tematica del controllo, dell’assenza del libero pensiero e dell’omogeneità culturale (tematiche di ascendenza orwelliana) guidano inoltre lo spettatore verso riflessioni che lo portano ad andare oltre il puro interesse cinematografico.
Tarik Saleh, con vera maestria, dà vita ad un viaggio totalizzante, visionario eppure sottilmente realistico, un percorso fatto di immagini, luci e suoni di grande impatto. Il giovane regista svedese riesce a scongiurare il pericolo di portare sullo schermo una storia troppo artificiale e “lontana” dal pubblico coniugando in maniera armonica la dimensione tecnico/estetica con quella narrativo/diegetica, facendo in modo che la storia proceda senza strappi, in perfetta sintonia con le immagini. Il risultato, per lo spettatore, è un coinvolgimento costante e a più livelli: un’esperienza, nel senso più autentico e puro della parola.
di Anna Culottaa
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