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15/09/2009

Venezia

THE INFORMANT! di Steven Soderbergh


Steven Soderbergh è un eclettico regista statunitense, in grado di girare film drammatici (“Sesso, bugie e videotape”, “Traffic”, “Bubble”) biografie appassionate (“Erin Brokovich”, “Che-L'Argentino/Guerriglia”) e commedie (“Criminal” e la serie “Ocean's Eleven”, “Ocean Twelve”, “Ocean 13”). Di quest'ultimo genere, con mescolati elementi da film thriller, è la pellicola presentata a Venezia fuori concorso “The Informant!”, prodotta tra l'altro dalla casa “Section Eight”, la “Factory” creata in collaborazione con George Clooney.
La storia, basata su fatti realmente accaduti raccontati nel libro-inchiesta del giornalista del New York Times Kurt Eichenwald “The Informant (A True Story)”, dal quale Scott Z. Burns ne ha tratto la sceneggiatura, si svolge a cavallo tra la seconda metà degli anni Novanta e i primi anni del Duemila. L'attore Matt Damon (ingrassato per la parte di oltre 15 chili) impersona Mark Whitacre, un competente biochimico alla soglia dei quarant'anni, che lavora per un'importante multinazionale dell'industria agroalimentare, la Archer Daniels Midland (ADM). Ha quindi un lavoro di alto livello e un reddito elevato che gli permette di mantenere negli agi sua moglie e i suoi due figli. Sarà forse la noia di una vita borghese senza stimoli (anche se viaggia molto per il mondo per lavoro) o il suo desiderio di presentarsi come il probo cittadino americano che si fa paladino contro le ingiustizie, un bel giorno Whitacre informa l'FBI di avere il sospetto che nella sua azienda è in atto una frode societaria. Egli dichiara di aver ricevuto alcune strane telefonate da parte di persone appartenenti a industrie concorrenti che adombrerebbero una sorta di cartello con la sua società per il controllo dei prezzi di alcuni prodotti agroalimentari. Subito i federali si attivano e mandano alcuni suoi uomini ad investigare; tra essi c'è l'agente Brian Shepard (l'attore Scott Bakula) che instaurerà un rapporto di fiducia con il manager. Whitacre gli racconterà, con accurati dettagli, frutto di sue indagini personali, ciò che sembra una vera e propria truffa aziendale che vede coinvolti alcuni dirigenti della ADM. Accetterà quindi con entusiasmo la proposta degli agenti dell'FBI, alla ricerca di prove, di far mettere sotto controllo i telefoni del suo ufficio, quelli della sua abitazione e inoltre di indossare sotto gli abiti una microspia e di infilare nella sua valigetta un registratore per registrare tutte le conversazioni con i suoi colleghi dirigenti. Nei panni di un agente segreto, Whitacre per anni darà all'FBI quelle che per lui sono degli elementi di prova, anche attraverso registrazioni ambientali predisposte in camere di hotel dove si svolgevano “meeting” di lavoro tra i rappresentanti di alcune società concorrenti. Nonostante questo, tuttavia, nessun elemento risulterà così grave da incastrare i vertici dell' ADM. Con il tempo gli agenti federali si renderanno conto che le dichiarazioni rese dal dirigente, varie e modificate, erano solamente il frutto della sua fervida immaginazione. Whitacre ormai vittima del suo stesso inganno, finirà in carcere per aver creato prove false, ma continuerà inesorabilmente a raccontare bugie.
Il film è stato girato in soli 30 giorni, con sequenze anche nella vera casa del vero manager, il quale ha anche fornito la propria consulenza per una maggiore accuratezza della vicenda. Sebbene la storia non sia proprio facile da seguire (molti dialoghi, poca azione) essa gode di una perfetta interpretazione di Damon, mai fuori dalle righe, di una nitida fotografia (Peter Andrews) e delle musiche di Marvin Hamlish che rievocano i temi dei film di spionaggio. Nella pellicola la menzogna è il tema principale, ma anche una critica al capitalismo corrotto; quello delle aziende che cercano di fare utili a tutti i costi corrompendo il mercato. Soderbergh ha voluto raccontare questa storia con un elemento in più: ha scelto la voce dell'io narrante del protagonista il quale racconta i suoi pensieri, le sue riflessioni, slegate dalle scene che avvengono sullo schermo, che rendono il tutto come un monologo interiore sconclusionato e danno un senso ironico alla vicenda. Inoltre fanno capire quanto il protagonista soffrisse di disturbi bipolari della personalità, tali da renderlo quindi inaffidabile; ma nessuno, nemmeno gli agenti dell' FBI, all'inizio se ne erano accorti.

di Andrea Curcione





 
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