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22/09/2008
Venezia
Una storia tra voyeurismo e ossessione
“A Erva do Rato” di Jùlio Bressane
A Erva do Rato traducibile con “L’erba del topo” è l’ultimo lavoro del regista brasiliano Jùlio Pressane. Il film, la cui struttura onirica avvalora il carattere fortemente sperimentale del regista, è carico di simboli che si compiono e si disfano con il procedere surreale della vicenda.
A Erva do Rato è un susseguirsi di quadri e di pose quasi teatrali che raccontano la storia di un ossessione, l’ambiguo gioco di una coppia nella quale lui si appropria delle parti intime di lei fotografandole in primissimo piano. Sviluppando le immagini e continuando a fotografare l’uomo sprofonda in una ricerca sempre più assoluta, dove il confine tra ciò che esiste e ciò che è viene ricreato dal fotografo-demiurgo, svanisce nel territorio delle fantasmagorie caratterizzate dalla luce.
L’inconsistenza della quotidianità ripetutamente sottolineata dallo svolgersi identico e rituale delle poche azioni compiute dalla coppia, il cui unico svago si risolve di fatto nel prendere il tè, amplifica la percezione dell’inconsistenza di ogni cosa. E così mentre il tran tran, cadenzato dagli scatti delle fotografie, sembra procedere identico, improvvisamente avviene l’irreparabile: un “terzo” riesce ad inserirsi all’interno del mènage. Ed è proprio la natura dell’altro, che scopriamo essere un grosso topo, a sconvolgere gli equilibri della coppia, perché si tratta di fatto di un essere imponderabile. Il topo, che s’insinua sordidamente all’interno della vita ritirata due amanti, masticando le fotografie e ottenendo un vero e proprio amplesso con la donna è l’intruso, l’elemento destabilizzante e imprevedibile che fa saltare tutto.
A nulla valgono le centinaia di trappole disseminate per la casa dal legittimo compagno per difendere l’amata perché lui, il terzo, riesce subdolamente a superare ogni ostacolo e a farsi amare. E quando l’uomo ormai pazzo di gelosia decide di uccidere il rivale, uccide di fatto anche l’amata. Il film, che si avvale dell’eccezionale fotografia di Walter Carvalho, è un gioco sottile, carico di ambiguità, articolato con sapiente ironia dall’occhio del regista.
Sarah Revoltella
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