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22/09/2008

Venezia

Nell’inverno del cinema italiano
“Il primo giorno d’inverno” di Mirko Locatelli



Valerio è un adolescente come tanti. Solo, scontroso, arrabbiato con quel piccolo mondo di periferia che non lo accetta nella sua diversità, indifferente a tutto quello che riguarda la realtà dei giovani del paese: un microcosmo di vite e sentimenti contrastanti che si intrecciano costantemente tra loro, ricreato nella nebbiosa periferia di Milano. Valerio ha una sorella di dieci anni, del tutto marginale (purtroppo) per la diegesi del film, un motorino che lo accompagna negli infiniti viaggi per le stradine di campagna, una madre assente, il corso di nuoto e, si direbbe, nessun amico.

Valerio rappresenta sempre l’altro, il secondo, quello che vive all’ombra dei più belli e bravi, dei “giusti” del gruppo. Invano tenta a modo suo di farsi notare, giungendo infine al ricatto come unica e ultima “arma” per la sua affermazione: arma che lo porterà ad esiti inaspettati, in un finale tragicomico che non cattura lo spettatore fino in fondo.
Nella notte più lunga dell’anno, quella del solstizio d’inverno, avviene l’irreparabile e Valerio si trova ad affrontare per la prima volta nella sua inesperta vita, quel senso di colpa che lo attanaglia e lo fa andare incontro al prevedibile castigo.

Mirko Locatelli, con un passato nei corti e documentari, alla sua prima esperienza nel lungometraggio, tenta di affrontare, talvolta peccando di rigore estetico e autocompiacimento nelle lunghe, e sovente noiose, carrellate, tematiche forti e attuali: l’omosessualità latente, l’emarginazione, la difficoltà a comunicare non solo con gli altri ma, prima di tutto, con se stessi. Interessante l’idea di partenza, viene però sviluppata senza “cuore” per lo spettatore, che riesce con difficoltà ad immergersi nella storia e identificarsi con i suoi protagonisti.

Il film è stato presentato nella sezione Orizzonti: girato con il sostegno della provincia di Milano, questo lungometraggio si regge su un’apprezzabile fotografia resa nei tono cupi e ombrosi tipici dell’inverno milanese, e sulla sorprendente recitazione degli attori, tutti alla loro prima esperienza.
Pregevole come opera prima, resta tuttavia il dubbio se un film di tal fatta possa essere visto senza perdere la concentrazione dopo dieci minuti dall’inizio, compresi i titolo di testa. Ma rimane la curiosità per questo regista, che promette forse uno spiraglio di luce nel panorama del cinema italiano, a mio avviso poco incisivo sul pubblico.
Ma, come si dice in questi casi, “la speranza è l’ultima a morire”.

Silvia Aufiero





 
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