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22/09/2008

Venezia

Un poetico documento autobiografico
“Les plages d’Agnès” di Agnès Varda



Una spiaggia del nord disseminata di specchi è l’inizio di Les plages d’Agnès il documentario autobiografico di Agnès Varda, una sorta di collages della memoria, grazie al quale l’artista ripercorre i momenti fondamentali della sua vita.
Terza di cinque fratelli, di padre greco e madre francese, Agnès ripercorre le tappe della sua infanzia sulle coste del Belgio, un’infanzia serena, ma dalla quale si evince subito la sua predisposizione all’indipendenza e alla curiosità. L’arrivo in Francia e la conoscenza di Jean Vilar che le permetterà di lavorare come fotografa al festival di Avignone e di cominciare a farsi strada nel mondo dell’arte.

Successivamente, il suo esordio nel mondo del cinema con Cleò dè 5 a 7 (1961) interpretato da un giovanissimo Gèrard Depardieu, la consacra come regista facendola diventare una delle icone della nouvelle vague. E sempre all’inizio degli anni ‘60il grande amore con il regista Jacques Demy morto nel 1990, da cui avrà due figli e che lascerà per sempre un vuoto insostituibile nella sua esistenza, testimonia una concezione dell’arte che tende ad armonizzarsi anche con il proprio vissuto.

Nel documentario Agnès descrive ironicamente la dinamica del suo lavoro, racconta di “Daguerrotypes” il film girato sotto casa nel 1975 in Rue Daguerre, quando lei aveva da poco partorito, che illustra la vita di quartiere e per realizzare il quale veniva ogni giorno tirato il cavo dell’elettricità direttamente da casa sua.
E poi la vita negli States, con l’esplosione dei movimenti hippy, delle black panters, il femminismo e l’incontro con alcuni mostri dell’arte, tra cui Jim Morrison, che frequenterà negli ultimi anni a Parigi; sono solo alcune delle molte tessere che vanno a comporre l’affascinante mosaico di una vita vissuta al centro dell’arte.

Non per ultima la presenza di Agnès alla Biennale di Venezia del 2003 dove l’artista si aggira tra la gente travestita da patata, ci fa vedere ancora una volta la militanza di quest’artista in un surrealismo inteso come “libertà dell’artista”: quel luogo magico dove l’interno e l’esterno si riflettono specularmente perché è la vita stessa a diventare “opera”.

Sarah Revoltella





 
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