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14/09/2008

Venezia

La vera storia di una finta squadra
“Machan” di Uberto Pasolini



L’opera prima di Uberto Pasolini è una delle belle sorprese della Mostra. Presentata nella fortunata sezione “Giornate degli autori”, è la conferma che il cinema nazionale presente a Venezia ha probabilmente dato il meglio di sé nelle sezioni collaterali piuttosto che nel concorso ufficiale.
Il regista, che a dispetto del cognome è nipote del grande Luchino Visconti, esordisce dietro la macchina da presa con una formula che ha già fatto la sua fortuna di affermato produttore: nel suo curriculum spiccano la produzione di commedie intelligenti e a sfondo sociale come il gioiellino Palookaville e il fortunatissimo Full Monty.

Così sembra fatta su misura per lui la storia vera della finta nazionale di pallamano dello Sri Lanka, inventata da un gruppo di ingegnosi disperati disposti a tutto pur di riuscire ad andarsene e cercare una vita migliore in Europa. Tanto incredibile da sembrare un film.
Un film sulla povertà estrema e senza soluzione di un Paese con più bocche da sfamare che opportunità, sugli stenti di chi ha una famiglia da sostenere in queste condizioni, sulla dignità e l’umanità profonda di milioni di migranti che le leggi non riconoscono ma che esercitano il loro diritto alla vita e alla speranza. Il tutto con l’intelligente leggerezza di una commedia dal respiro internazionale. Perché girata in Sri Lanka con attori e non del posto e perché priva dei caratteri tipici della comicità italiana, come faceva già ben sperare l’esperienza produttiva del regista.

Presentando il film, Irene Bignardi ha sottolineato come Pasolini, vissuto per tre mesi nello Sri Lanka in una realtà a lui completamente sconosciuta, sia invece riuscito a calarsi perfettamente nell’ambiente, a innamorarsi della storia e dei suoi personaggi. Il film sembra essere opera di “uno di loro” e non di uno straniero, tanto riesce ad essere vicino il suo sguardo, scevro da ogni retorica o paternalismo.
Si ride e si sorride amaro seguendo i protagonisti nei tuguri dove abitano, nelle fatiche quotidiane tra lavori umilianti ed espedienti per sbarcare il lunario. Furbi, ingenui, goffi, delinquenti o piccoli eroi, tutti hanno un sogno: ottenere il visto per lasciare il Paese e raggiungere l’Europa, idealizzata terra della speranza dove tutti hanno l’opportunità di avere un lavoro e guadagnare quanto serve per vivere.

Il desiderio è forte come il bisogno di una vita dignitosa, ma non c’è pietismo di sorta. È esilarante tutto il tormentato processo che porta alla formazione di questa improbabile squadra e ai documenti (rigorosamente falsi) necessari per partecipare al torneo in Germania. Come pure la performance dei nostri 23 eroi costretti a giocare delle partite vere, con risvolti comici da applauso a scena aperta.

Il meccanismo della commedia funziona talmente bene che per un attimo l’illusione del lieto fine è forte. L’abilità del regista lungo tutto il racconto è proprio quella di favorire con la risata l’avvicinamento tra il pubblico e i personaggi, così da facilitare l’incontro con una realtà dura e attuale senza fare sconti. La riuscita dell’impresa (come la cronaca dell’episodio racconta) non cancella, anzi evidenzia, il dramma delle persone e l’incertezza del loro destino.

Si esce dalla sala divertiti e commossi, con negli occhi un film raro nella recente produzione nostrana: se la commedia italiana doc è riuscita anni orsono a raccontare la povertà e le contraddizioni del suo tempo, qui Pasolini trova un tono ed uno sguardo più vicini alla tradizione della commedia sociale anglosassone, come finora mai si era visto tra gli autori italiani. Citando Irene Bignardi nella sua presentazione, avercene di film così da portare nel mondo.

Eugenia Ferrari





 
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