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14/09/2008

Venezia

Generazioni allo specchio
“Eve” di Natalie Portman ha aperto la sezione Corto Cortissimo



Bella, incantevole, radiosa. L’abbiamo conosciuta, esile e malinconica Matilda, in Leon, del regista gimmick nonché conturbante scrittore francese Luc Besson. Troppo piccola per essere grande e troppo grande per essere piccola, ma da allora Natalie Portman è cresciuta ed eccola ora, bravissima attrice, cimentarsi anche nell’arte della regia con il suo primo esperimento cinematografico, per modo di dire, un delicato cortometraggio (fuori concorso) che quest’anno ha aperto la sezione Corto Cortissimo di Venezia dedicata al suadente fascino dei cortometraggi.

Il corto è chiaramente in parte autobiografico e racconta la contrapposizione che nasce all’interno di ogni famiglia tra le figure femminili di diverse generazioni. Eve, infatti, è una sottile storia di confronto generazionale tra nonna e nipote in cui manca una generazione. Un’assenza generatrice di un’ombra malinconica che percorre silente tutta la durata del film.

E lo spettatore non rifuggirà da questa sensazione di mancanza, da quell’ineliminabile ombra malinconica che soccombe sul film e sui suoi personaggi sebbene questi cerchino di allontanarla e di ignorarla, ma senza successo. C’è una generazione che manca, quella di mezzo, l’anello di congiunzione, la madre e la figlia. Il peso greve di un non colto poco pronunciato ma assordante nel suo silenzio.

Niente drammi però, quanto velati momenti agrodolci e delicati aromatizzati dalle interpretazioni magistrali di due preziosi ingredienti: Lauren Bacall e Ben Gazzara, sebbene il vero protagonista resti lei, l’assenza. Quel perenne fuoricampo che aleggia sulla scena per tutta la durata del corto e al quale lo spettatore non può spietatamente rimanere immune come tentano invece di fare ininterrottamente i protagonisti della storia. “Dobbiamo parlare della mamma” dice trepidamente la nipote dietro una porta chiusa, bruscamente scacciata come un ospite indesiderato, solo per sentirsi rispondere “Lo faremo domani, cara”. La porta resterà chiusa.

E la “presenza assente” continuerà a covare lontana, ineliminabile e bandita dai discorsi perché portatrice di tristezza. Forse la madre, e figlia, è la donna nella foto che si cela in quell’istantanea ingiallita di una ragazza spensierata, come un ritaglio dal passato, unica materializzazione di un’assenza impenetrabile che dal passato aleggia nel presente come un’insostenibile kunderiana leggerezza che schiaccia il presente e i suoi abitanti.
Forse è semplicemente sparita ma sicuramente è lei il pezzo mancante e Lola – l’anziana nonna che cerca un compagno per sentirsi meno sola – la nasconde nel cassetto della sua toletta perché non vuole sentir parlare della morte. I ruoli si confondono, si intrecciano, forse rimescolati da quella figura mancante, un punto di riferimento rimosso a due donne che, crogiolandosi in questo limbo, si abbandonano a inversi rituali cronologici: l’anziana donna, come fosse ancora una fascinosa ragazza nella primavera del suo splendore estetico ed esistenziale si agghinda accuratamente dinanzi allo specchio che invece trascura Olivia, la giovane e fresca nipote che sembra recare con sé un peso schiacciante che la paralizza verso qualsiasi fulgore giovanile, attenta e premurosa nei confronti della nonna che si prepara per un appuntamento come fosse un adolescente.
La Portman ha saputo colorare di tenerezza un rapporto insolito inserendo anche lo sguardo sconsolato e imbarazzato della nipote nel fiore degli anni a quello dei due vecchietti che tentano in tutti i modi di rimanere agganciati alla vita e ai ritmi della loro gioventù.

Lo schema di Eve è legato allo specchio ed è meraviglioso l’uso che la Portman fa di questo topos, luogo del dramma esistenziale. Ma questo non vogliamo svelarlo per non anticipare la delicatezza della fotografia di questa scena. Lo specchio, metafora di colui che guarda e che può ora guardarsi è un enigma.
È, infatti, l’enigma dell’altro e dello stesso, l’enigma dell’identità e della differenza, della verità e dell’illusione, il luogo in cui si genera la tensione creatrice del simbolo. E in Eve lo specchio diventa il narratore della storia: l’avventura figurale che racconta, insieme alla ricerca della figura mancante della madre, anche la storia simmetrica e speculare di quel soggetto che alla scuola del riflesso diviene conoscitore di se stesso, ma anche, come suggeriva l’ultima saggezza di Nietzsche, carnefice di se stesso.

Silvana Lagrotta





 
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