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14/09/2008
Venezia
Due linee e una croce sopra“Two Lines” di Selim Evci
“Two Lines” è un film pretenzioso. Il giovane regista Selim Evci costruisce un'opera internamente coerente, fatta di parallelismi e rimandi, fili rossi che si sfiorano senza toccarsi mai, come le linee del titolo evocano. Eppure tutta quest’imponente architettura è troppo in primo piano, troppo evidente, e invece di suggerire discretamente, come dovrebbe, il significato ultimo del film, una storia di incomunicabilità, lo spiattella in pieno schermo. E si sa che allo spettatore non piace essere trattato come uno stupido.
Tutto, a partire dalla, troppo, raffinata scena teatrale a cui assistono i due protagonisti a inizio film, è una posa, come se il regista si trovasse a muovere dei manichini in una vetrina che non sa come gestire al di là del puro senso estetico che di certo non gli manca.
Per 97 minuti le immagini si susseguono, senza coerenza, accompagnando una coppia in crisi nel tentativo di rigenerarsi. E per 97 minuti non succede nulla, se non inconvenienti pretestuosi e che nulla aggiungono alla storia, incontri prevedibili e poco credibili su strade deserte e metamorfosi non lineari dei personaggi.
Proprio i caratteri, che dovrebbero essere il fulcro di questo film intimista, risultano superficiali e incomprensibili, affretti da strane manie per nulla giustificate.
A nulla valgono gli sforzi dei due attori nel tentativo di animare queste figure troppo fredde e rigide: molto brava è soprattutto Gulcin Santircioglu nel ruolo di Selin. E poco aiuta anche la bella fotografia di Meryem Yavuz, non supportata dalla storia e ridotta a mero pretesto. Il tutto si riduce, così, a un assembramento di buon materiale, senza una mano a dirigere i lavori e a dare un senso unitario.
La conferma che una buona idea, o anche un significato vero, profondo e attuale, come la denuncia dell'incapacità di dialogare dell'uomo moderno, non fanno da soli un film, men che meno uno da Settimana Internazionale della Critica.
Ludovica Gazzè
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